PARTITO COMUNISTA  INTERNAZIONALE

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Prima questione:  A lungo termine, avremo a che fare con delle crisi non simultanee o esistono i primi segni di una crisi globale imminente? Qual è la vostra opinione circa gli ultimi sviluppi della situazione?” Questa domanda è strettamente collegata alla seconda: “Stiamo procedendo verso una terza guerra mondiale, oppure la guerra contro il "comunismo" (Corea, Indocina) era o quella contro il terrorismo è un sostituto della guerra mondiale?”

 

La risposta ai primi due quesiti è che esistono i primi segni di una crisi globale imminente, che gli ultimi sviluppi della situazione (crisi finanziaria USA) lo confermano, che stiamo andando verso una terza guerra mondiale e che la guerra contro il terrorismo non sostituisce la guerra interimperialista, ma ne rappresenta solo l’osceno paravento ideologico su uno dei lati del fronte: quello della nuova crociata americana in difesa della “libertà”.  Vediamo adesso di mettere in miglior rilievo gli elementi da cui scaturiscono queste conclusioni. Per farlo riprendiamo e sintetizziamo quello che avevamo detto tre anni fa nei “31 punti per la difesa della tradizione rivoluzionaria della Sinistra Comunista”. Al Punto n. 26 scrivevamo che quando la grande crisi di interguerra che dura in forma ormai cronica da trent’anni si manifesterà in tutta la sua portata sfocerà direttamente nella terza guerra mondiale, senza che tra la catastrofe dell’intera economia mondiale e la guerra si inserisca una fase intermedia di ripresa dell’apparato produttivo, per cui la “guerra ininterrotta” degli USA cominciata dopo l’11 settembre 2001 e divampata su teatri finora localizzati segna l’inizio della fase prebellica. Il rapporto tra crisi economica e guerra non è lineare e diretto, ma complesso. Esso è infatti il risultato di un insieme di fattori economici distinti ma tra loro correlati e convergenti verso un’unica, anche se provvisoria soluzione. Nel periodo imperialistico lo sviluppo dei monopoli e dei trusts, l’accresciuto intervento statale nell’economia, il predominio di un gruppo ristretto di superpotenze sul resto del mondo, l’esigenza che esse hanno di accaparrarsi più vaste sfere d’influenza economica e politica, il predominio del capitale finanziario, con i fenomeni di speculazione affaristica che ne derivano, in una parola il carattere putrescente, parassitario ed antistorico assunto dal modo di produzione vigente, che è ormai solo un ostacolo allo sviluppo ulteriore delle forze produttive, si manifesta determinando l’insorgenza periodica di crisi economiche sempre più prolungate, profonde e catastrofiche. Ciò comporta necessariamente una concorrenza più aspra ed accanita sul mercato mondiale, sostenuta in tutti i modi e con tutti i mezzi dagli apparati statali e militari delle varie borghesie nazionali. Ma alle spalle di quella accresciuta concorrenza non c’è una “ingordigia”, una “bramosia” di ottenere profitti maggiori a scapito dei rivali, e dunque un fattore di volontà, sia pure distorta, ma c’è una NECESSITA’ DI SOPRAVVIVENZA, dettata dalla pressione bestiale a sovrapprodurre e a realizzare il sovraprodotto allo scopo di MANTENERE LA MASSA DEI PROFITTI AL DI SOPRA DELLA SOGLIA DI ASFISSIA NONOSTANTE LA CADUTA DEL LORO SAGGIO MEDIO. Le intime contraddizioni economiche del capitalismo divengono così la base materiale delle guerre imperialiste, ciò che le rende necessarie. E’ infatti l’andamento stesso del ciclo economico, roso dal tarlo della caduta del saggio di profitto e quindi dalla malattia cronica della sovrapproduzione, che non solo rende ineliminabili le guerre generate a getto continuo dalla concorrenza tra gli imperialismi rivali, ma che rende inevitabile anche e soprattutto il trascrescere periodico di una concorrenza sempre più violenta tra i mostri imperiali nella catastrofe della guerra generalizzata. Ciò non ha nulla a che spartire con la ridicola teoria secondo cui il capitalismo “fabbrica” e “decide” le guerre per trovare sbocchi alla sovrapproduzione. Si postulerebbe in questo modo un rapporto, come si diceva all’inizio, diretto e lineare: la guerra nascerebbe dal bisogno del Capitale di sovrapprodurre quando e nella misura in cui esso trova sfogo nella produzione di armi. Ma, se consideriamo la classe borghese nel suo complesso, il militarismo e le guerre sono un impiego improduttivo del capitale, e l’approntamento di flotte ed eserciti non può risolvere la crisi più, ad esempio, della costruzione di opere pubbliche. I costruttori di opere pubbliche e di armi traggono sì un profitto dall’impiego dei loro capitali in questi settori, e perciò sono una forza oggettiva che spinge in questa direzione, ma, ciò nondimeno, opere pubbliche, esercito e guerre rappresentano per l’insieme del capitale mondiale un costo della produzione e non viceversa. In realtà il capitalismo non “vuole” la guerra più di quanto non “voglia” la concorrenza e la crisi economica che periodicamente ne deriva sul mercato mondiale: tanto la crisi che la guerra distruggono capitale esistente e ripartiscono le perdite fra i capitalisti in base alla lotta; ma se la crisi distrugge essenzialmente il valore del capitale e solo in via subordinata la massa dei valori d’uso ad esso corrispondenti; se cioè durante la crisi tutti i valori crollano, durante la guerra la sovrapproduzione viene risolta distruggendo merci, impianti (capitale costante) e capitale variabile (popolazione civile), mentre i capitali che sopravvivono opereranno con un risalito tasso di profitto per il crollo del denominatore (c+v). Senza contare che ogni Stato, in questa lotta, tenta di addossare le sue perdite ai concorrenti sconfitti, continuando a far girare a pieno ritmo le proprie fabbriche. La realtà è che la “crisi di interguerra” è ormai iniziata da 30 anni, che essa nel suo lungo cammino ha consumato in una serie di asfittiche “ripresine” quella che -nel precedente interguerra- era stata una vera e propria fase di ripresa economica, per quanto “drogata” e quindi “pre-bellica”, e che dal 2001, dopo l’esplosione dell’ennesima “bolla speculativa”, è iniziata la fase, nuovamente recessiva, della vera e propria preparazione immediata del terzo macello imperialista. Se prendiamo l’anno 1937 nel suo autentico significato, che è quello del vero inizio (sostanziale e non formale) della Seconda Guerra imperialista, allora l’equazione marxista esatta è: 2001 = 1937, il che significa che non avremo altre “fasi” davanti a noi perché quella che stiamo attraversando finisce quando la guerra mondiale comincia, posto che la Rivoluzione non intervenga prima a sbarrarle il cammino, proprio come la Guerra di Spagna terminò nel 1939, quando il secondo conflitto imperialista deflagrava. Neghiamo quindi, a differenza di altri gruppi politici derivati dall’esplosione del vecchio PCInt.le, che la Terza Guerra Mondiale (guerra fredda) sia già terminata da un pezzo e che la Quarta Guerra Mondiale sia già iniziata in Iraq, Afghanistan e dintorni, in quanto escludiamo che dopo la Seconda Guerra Mondiale si sia instaurato uno stato di guerra cronico caratterizzato da una serie di guerre localizzate separate nel tempo e nello spazio e che surrogherebbero un nuovo conflitto generalizzato del tipo e della estensione del primo e del secondo macello imperialista. Per noi quindi il fatto che la Terza Guerra Mondiale verrà se non viene prima la nostra Rivoluzione è e resta un dogma. Non è tanto importante per il Partito conoscere in anticipo l’ora-x dello scoppio del conflitto, ma sapere e far sapere ai proletari che ci leggono se siamo entrati o no nella fase della preparazione immediata del terzo conflitto imperialista mondiale, ciò che incontestabilmente si è verificato, come dimostrano il dispiegarsi della “guerra infinita” dall’Afghanistan all’Iraq ed i progetti di intervento americano in Siria, Arabia Saudita ed in Iran.

Di fronte alla prospettiva  di un corso ormai accelerato dell’imperialismo verso la Terza Guerra Mondiale, da cui non ci separa ormai alcun diaframma, abbiamo il dovere di contrapporre fin d’ora la nostra parola alle due crociate che si stanno preparando, analizzando e demolendo sin d’ora le costruzioni menzogne che si stanno allestendo da un lato e dall’altro del futuro fronte di guerra come base di reclutamento delle opposte partigianerie.

Al di là dell’Atlantico la crociata americana si presenta come oggi una crociata contro il terrorismo, ossia contro un nemico subdolo, infido, molteplice e multiforme, che mette a repentaglio la libertà e la sicurezza degli USA e dei loro alleati. Il Partito non può che far propria, a tale proposito, la critica sprigionatasi dalle crepe che stanno cominciando ad attraversare l’apparente omogeneità politica del colosso nordamericano, critica efficacemente condensata nella seguente proposizione di Noam Chomsky: “Tutti si preoccupano di come possiamo fermare il terrorismo. Bene, c’è un modo semplicissimo per riuscirci: smettere di praticarlo”. Ma ha il dovere di aggiungere non solo che la sicurezza di Washington riposa sulla sua mantenuta capacità di destabilizzare e di rendere insicuro tutto il resto del globo; non solo che la sua libertà è quella di rendere schiavi tutti gli altri abitanti del pianeta. Ma anche e soprattutto:

a) che la destabilizzazione del mondo perseguita dagli USA implica fin d’ora ed implicherà sempre più il moltiplicarsi dell’insicurezza entro i confini della patria: quanti altri attentati suicidi dovranno subire sulle proprie carni i proletari americani (le uniche vittime dell’11 settembre, dato che nessun alto papavero dell’establishment si presentò quel giorno all’appuntamento) prima di rendersi conto che intrupparsi dietro la bandiera della sedicente “guerra contro il terrorismo” significa rendere sempre più precarie le proprie vite?

 b) che il governo americano non può non rendere esplicitamente ed ufficialmente schiavi i “suoi” proletari nell’atto stesso di rendere schiavo il resto del mondo: se nessun popolo -diceva Marx in riferimento all’Inghilterra e all’Irlanda- può essere libero se schiavizza un altro popolo, come potranno pretendere allora di conservare anche solo il ricordo della loro libertà i proletari nordamericani, se il loro governo si ripromette di rendere schiavo il mondo intero? La “libertà” del proletario nordamericano, schiavo non solo del “normale” sfruttamento capitalistico ma anche del super-sfruttamento legato alla volontaria sottoscrizione dei maledetti mutui, è stata sempre una favola di sapore hollywoodiano, ma adesso, con la aperta fascistizzazione del sistema, acceleratasi brutalmente dopo l’11 settembre, e –possiamo aggiungere adesso- con la tragedia in cui la “crisi dei mutui” ha precipitato migliaia di famiglie proletarie, questa favola si sta letteralmente sbriciolando sotto i suoi occhi.

Al di qua dell’Atlantico la crociata anti-americana si va delineando anzitutto come crociata anti-imperialista, che raduna le sue schiere sotto il vessillo della difesa del diritto di autodecisione delle piccole nazioni, schiacciate dallo strapotere del “big stick” statunitense e costrette almeno finora ad allinearsi –volenti o nolenti- alla sua globalizzazione. In secondo luogo essa si va sempre meglio precisando anche come crociata anti-capitalista (o meglio anti-plutocratica), basata sul risentimento diffuso, specie nel medio ceto borghese, contro un sedicente “mondo libero” che, dimentico dei “valori dello spirito”, ha fatto e fa della ricerca del profitto la sua unica regola, e intesa pertanto a contrapporre ad un capitalismo selvaggio e senza regole (stile, appunto, Far West), come quello che gli USA vorrebbero esportare ed imporre a tutto il mondo con la loro globalizzazione, un capitalismo “sociale” se non addirittura “socialista”. E’ quindi ben riconoscibile fin da adesso l’indole sostanzialmente fascista di questa crociata ideologica: nazionalismo “anti-imperialista” da parte di Stati ormai pienamente sistemati nazionalmente + “socialismo” (anti-capitaismo su base “etica”) = nazional-socialismo.

Il Partito, pur sentendo il bisogno di scrutare con ansia le prime fenditure che si manifestano negli Stati Uniti e che ci auguriamo che possano incrinare sempre più l’apparente unanimità di tutte le classi sociali dietro al vessillo della crociata anti-terroristica, consapevole che le reazioni degli operai nordamericani saranno decisive nel momento non lontano in cui si aprirà nuovamente l’alternativa storica “guerra o rivoluzione”, e pur avvertendo come un proprio dovere primario quello di far sentire la sua parola anche al di là dell’Atlantico, non può tuttavia trascurare il fatto che le costellazioni imperialiste che cozzeranno tra loro saranno due, che l’imperialismo europeo non è affatto defunto, anche se per ora è stato costretto dal gigante a stelle e strisce a tacere o a limitarsi al mugugno, che due, quindi, saranno le crociate con cui dovremo fare i conti ed infine che la crociata più insidiosa è quella della costellazione imperialista “che non c’è”, anche perché fa leva su un diffuso e parzialmente giustificato risentimento contro gli attuali “padroni del mondo”.

 

Terza questione:  Quali sono le vostre posizioni e tattiche rispetto ai sindacati? In che tipo di sindacati lavorate?

 

Anche in questo caso riprendiamo e sintetizziamo quello che avevamo detto tre anni fa nei “31 punti per la difesa della tradizione rivoluzionaria della Sinistra Comunista”. Al Punto n. 23 scrivevamo che ai fini della ripresa della battaglia rivoluzionaria la rinascita di un sindacato di classe è indispensabile, che gli attuali sindacati, in quanto organi statali, sono tricolori e quindi non sono riconquistabili alla lotta di classe attraverso una semplice sostituzione dei loro vertici, ma solo attraverso la distruzione da cima a fondo della loro impalcatura burocratica. Per il Partito Comunista, l’attività e le forme di organizzazione delle lotte economiche del proletariato vengono per importanza solo dopo la salvaguardia della sua organizzazione, della sua teoria e del suo programma. Il fine che esso persegue con la sua attività sindacale è quello di influenzare e dirigere le masse, preparandole all’assalto rivoluzionario nel corso degli scontri per le rivendicazioni economiche. Questo scopo, infatti, non potrebbe mai essere raggiunto con la sola propaganda: “La conquista delle masse non si può realizzare con la semplice propaganda della ideologia del partito e col semplice proselitismo, ma partecipando a tutte quelle azioni a cui i proletari sono sospinti dalla loro condizione economica”.  L’obiettivo di guadagnare terreno ed influenza in seno al proletariato “deve essere raggiunto partecipando alla realtà della lotta proletaria su un terreno che può essere contemporaneamente di azione comune e di reciproco contrasto, a condizione di non compromettere mai la fisionomia programmatica ed organizzativa del partito” (2). In tutti i periodi storici questa è dunque la condizione indispensabile per la nostra attività negli organismi economici proletari: non compromettere la fisionomia programmatica ed organizzativa del Partito. Pertanto “le iniziative e gli atteggiamenti […] non devono in alcun modo essere né apparire in contraddizione colle esigenze ulteriori della lotta specifica del partito a seconda del programma di cui esso solo è assertore e per il quale nel momento decisivo il proletariato dovrà lottare” (3).  Gli attuali sindacati, costituiti dopo l’esperienza fascista e la II Guerra Mondiale, sono nati come sindacati tricolori, si sono caratterizzati cioè fin dall’inizio come degli organi dello Stato, per cui sarebbe stato un grave errore nel secondo dopoguerra e lo è a maggior ragione oggi ritenerli semplicemente dei sindacati riformisti o opportunisti. Questo processo di integrazione delle organizzazioni di difesa economica della classe operaia negli ingranaggi dell’apparato statale, inoltre, non ha riguardato un solo paese, ma ha coinvolto tutti i principali paesi occidentali. Non è stato l’eccezione, ma la regola. Già nel 1949, in effetti, il nostro Partito affermava che il fatto “che l'organizzazione operaia viene impastoiata nello Stato […] è oggi tendenza generale in tutti i paesi, sia con forme di coazione che con forme di subordinazione dei capi sindacali ai partiti borghesi, di cui la seconda evidentemente è peggiore” (6). Pertanto non potevamo e non possiamo più ritenerli degli organismi “neutri”, di cui possiamo prendere la testa semplicemente scalzando i vecchi vertici opportunisti e sostituendoli con un’altra direzione. L’epoca in cui questa conquista relativamente pacifica del sindacato da parte dei comunisti era possibile si è chiusa per sempre, e non ha senso dopo il 1945 parlare di una difesa del presunto carattere classista di questo o quel sindacato. Nell’epoca post-fascista, in cui tutta la rete organizzativa del sindacato è diventata, statutariamente o di fatto, una cinghia di trasmissione del controllo dello Stato borghese sui lavoratori, la conquista di tali organismi può ancora ipotizzarsi solo come un processo che implicherà il rovesciamento violento di tutta la gerarchia sindacale e non solo la sostituzione di una direzione con un’altra. Ancora peggiore è l’“errore” di chi, pur proclamandosi “erede della Sinistra”, oggi pretende non solo che l’attuale sindacato (salvo casi particolari) sia riformista e non tricolore, non solo cioè che esso non sia organicamente infeudato allo Stato, ma classifica addirittura come “non opportunisti” una parte degli attuali quadri sindacali, quelli che un’imprecisata “dinamica già in movimento” andrebbe sempre più contrapponendo ai vertici riformisti, e che sono presumibilmente da identificare nella “sinistra sindacale”. Quanto alle prospettive immediate di lavoro sindacale vi è da considerare il fatto che, nonostante la crescente desindacalizzazione delle masse operaie, ad un calo degli iscritti non ha corrisposto una parallela riduzione della capacità di mobilitazione dei lavoratori da parte dei sindacati tricolori, che l’“abbandono del sindacato” da parte dei lavoratori non ha coinciso con una rinnovata spinta a lottare contro il capitale ma con un ripiegamento degli operai nel guscio dei loro particolarismi fino ad un’autentica atomizzazione della classe, ed infine che l’esperienza di questi ultimi anni ha mostrato, a riprova di ciò, che nelle fabbriche dove manca il sindacato non vi sono lotte. Quindi l’obiettivo di raggiungere i proletari lavorando, dove è possibile, anche all’interno dei sindacati attuali non è ancora decaduto, e resta ancora valida la nostra tradizionale consegna di lavorare “dentro e fuori i sindacati” anche se -non per nostra “scelta”, ma per la pressione dei fatti materiali, di cui il sempre più robusto “cordone sanitario” eretto nel sindacato contro i rivoluzionari è parte integrante- siamo oggi costretti a lavorare soprattutto fuori dai sindacati esistenti. Se dovesse accadere che la ripresa della lotta di classe anziché spingere gli operai, come sembra più probabile, a forgiarsi dei nuovi organismi di difesa economica, cioè dei nuovi organismi sindacali, rinsanguerà con un nuovo afflusso di energie proletarie gli odierni sindacati tricolore noi non ci rifiuteremo certo in nome di un malinteso “purismo” rivoluzionario di riprendere a lavorare in misura anche prevalente all’interno di quelle fradice strutture per il semplice motivo che lì e non altrove si verrebbe a trovare, in quell’ipotesi, la massa operaia che vogliamo raggiungere con la nostra parola. E se la carica di violenza sociale espressa dal proletariato ce lo consentirà, ne tenteremo anche una conquista “a legnate” ad ogni livello. Oggi una simile prospettiva è da escludere sulla base della valutazione dei rapporti di forza esistenti, e la nostra consegna è solo quella di resistere nel rivendicare obiettivi e metodi classisti dovunque ci sia consentito di farlo, guardandoci bene naturalmente dall’aderire alla linea controrivoluzionaria di un sindacato completamente ligio allo Stato democratico anche nelle sue varianti di pseudosinistra, ma evitando anche di cadere nell’errore infantile di tentare di sabotare gli organismi sindacali esistenti in quanto tale “boicottaggio” coinciderebbe, per la stragrande maggioranza degli operai, solo con un ulteriore ritiro dalle sia pur minime occasioni di lotta che l’apparato sindacale tricolore si concede il lusso di regalare loro. Il “non aderire né sabotare” è sempre consegna che si addice ai traditori se applicata allo Stato borghese; ma in presenza di rapporti di forza sfavorevoli essa può a ragione essere adottata dai comunisti nei confronti delle organizzazioni sindacali asservite allo Stato borghese nella misura in cui tali organismi sono ancora formalmente indipendenti ossia in assenza di una iscrizione obbligatoria ai sensi di legge al sindacato tricolore.  

 

Quarta questione: Quali sono state le differenze chiaramente programmatiche della scissione del «vecchio» PCInt e qual è il vostro attuale rapporto con le altre «frazioni»?"

 

Il Partito dopo l’esplosione del 1982-83 si riorganizzò nel 1984 attorno al periodico “il programma comunista” riprendendo un cammino che era stato esplicitamente e platealmente spezzato in tutto l’arco del biennio precedente, e non solo nel breve periodo intercorso tra il Luglio 1983 ed il Gennaio 1984, come pretendono oggi i sedicenti “eredi” della testata “il programma comunista”. Nel 1990 avvenne poi una prima riaggregazione tra i compagni che avevano ripreso a lavorare in difesa dei principi comunisti attorno a quella testata ed una parte delle forze originarie del Partito che, come la Sezione di Schio, dopo essersi opposte al “Nuovo Corso” che imperversò tra il 1972 ed il 1982, erano state costrette ad allontanarsi dall’organizzazione prima dell’esplosione del 1982, ma non per questo, pur nel loro isolamento, avevano smesso di praticare e seguire, nei limiti delle loro possibilità, il solco tracciato dal Partito Storico. Essendo infatti assodato che “i comunisti non possono scegliere come organizzarsi, ma devono in ogni caso organizzarsi come partito, ossia come struttura politica distinta da tutte le altre” ([1]) ed essendo nello stesso tempo per noi esclusa “ogni tolleranza, verso forme ed accordi di organizzazione fra gruppi o sezioni disomogenee” ([2]), entrambe le parti riuscirono a “conciliare la rivendicazione della continuità organizzata del partito con la situazione di confusione imperante nelle forze rivoluzionarie che seguì la crisi organizzativa e politica del partito nel ’82” ([3]) nell’unico modo che è doveroso per dei comunisti e cioè riconoscendo che “non si trattava e non si tratta per noi, di «creare» un nuovo partito (i partiti non si creano) ma, nella sostanza, di continuare quello di sempre con le ridotte forze a disposizione” ([4]) ove tali forze avessero parlato lo stesso linguaggio e propugnato gli stessi metodi, come i compagni positivamente verificarono. Fu proprio su tale base che la Sezione di Schio “ritrovando[si] su un terreno comune e sgombro da impedimenti tattici, ricominciò “il lavoro politico con i compagni che lavoravano attorno al giornale «il programma comunista»” ([5]), pur nella consapevolezza che un vero bilancio politico della crisi del Partito era indispensabile e che avrebbe dovuto essere fatto quando le nostre forze ci avrebbero consentito di andare oltre il piano elementare della sopravvivenza. Tale bilancio, infatti, non era stato ancora definito, anche se nel 1990 alcuni passi in tale direzione furono compiuti ed  in una direzione ben precisa: quella che di fatto sconfessava tutto il “Nuovo Corso”. Il fatto stesso della riaggregazione con la Sezione di Schio prima e poi con quella di Madrid nel  2000 lo indica del resto in modo eloquente: due delle Sezioni che erano state costrette proprio dal “Nuovo Corso” ad allontanarsi dal Partito, vi rientrarono infatti non solo senza essere costrette a riconoscere loro la giustezza dei precedenti provvedimenti disciplinari ed a rinunziare alle posizioni politiche per cui quei provvedimenti erano stati presi, ma sulla base di un processo politico svoltosi in senso opposto ad una simile rinunzia. La riaggregazione con i compagni di Schio avvenne infatti solo in forza del riconoscimento da parte del Centro della correttezza delle posizioni difese dalla Sezione e che furono all’origine della precedente separazione. In quello svolto il Partito trovò quindi la forza di proseguire il suo cammino senza fare certo pettegoli e fasulli “bilanci” di colpevoli o innocenti, di meriti o di demeriti individuali, ma facendo alcuni passi nella direzione di un bilancio politico dell’ultima grave crisi, compito in cui si riflette la sua capacità di riprendere nella sostanza e non solo nella forma il “filo del tempo”. Il bilancio politico della crisi del 1982-83, tuttavia, era ancora tutto da svolgere grazie a quel lavoro organico di Partito in assenza del quale l’organizzazione non può che passare da una catastrofe all’altra. Occorreva quindi impostarlo e definirlo con decisione  prendendo le mosse da quanto timidamente si era iniziato ad ammettere, e, soprattutto, occorreva renderlo patrimonio vivente dell’intera compagine del Partito, ciò che purtroppo non avvenne né nel 1990 né dopo. Del resto non aveva e non ha alcun senso dal punto di vista materialistico considerare l’esplosione dell’intera organizzazione, avvenuta nell’82-83, come una parentesi priva di qualsiasi rapporto con gli accadimenti degli anni precedenti, come un’inspiegabile vacanza o come un’eclisse del Partito dovuta al transito di un astro ignoto ed inatteso. Se è vero che tutte le crisi del Partito sono per noi degne d’interesse, è però evidente che non tutte le crisi lo sono ugualmente in ogni momento, e in particolare che la crisi che noi oggi abbiamo il massimo interesse a porre sotto la lente d’ingrandimento del nostro metodo è quella del 1982-83 non solo perché è stata la più catastrofica, ma, soprattutto, perché un bilancio politico attorno ad essa è stato delineato solo in modo estremamente sommario e quindi non è mai stato né approfondito né, a maggior ragione, formalizzato, reso esplicito ed assimilato dall’intera compagine dei militanti. Il nostro Partito in sostanza dopo il 1984 e anche dopo il 1990 ha avuto il torto di non procedere in modo chiaro, netto ed irrevocabile ad una pubblica sconfessione del “Nuovo Corso” e dei suoi prodotti, circolari e provvedimenti disciplinari inclusi; di non essere addivenuto, come aveva sempre fatto nella sua storia (1952, 1964), ad uno studio organico e dialettico e quindi senza nomi della malattia che lo aveva colpito e delle sue cause. Il risultato è stato che in sordina, sospinto a poco a poco sul proscenio dalla pressione irresistibile di una controrivoluzione che continua purtroppo a pesare su di noi come una cappa di piombo, il “Nuovo Corso” ha ripreso vigore senza trovare un’efficace risposta anticorpale. Non sconfessare esplicitamente le gravi deviazioni politiche che il Centro avallò tra il ‘72 e l’82  ha significato infatti ammettere, di fatto se non a parole, che la crisi del 1982-83 fu il risultato del prevalere -rispetto alla corretta linea marxista, rappresentata dal Centro e dal “Nuovo Corso” politico da esso propugnato- dei due mostri Aktivia ed Akademia, tra loro oscenamente alleati nell’opera di distruzione del Partito, due mostri che fino al momento dell’esplosione il Centro sarebbe riuscito vittoriosamente a dominare.  La gravità della crisi appena trascorsa e che si è conclusa nel 2003 con la nostra espulsione da “programma comunista” risiede nel fatto che si innestava su una crisi precedente non chiarita fino in fondo nella sua origine e natura, e da cui non si erano né a suo tempo né dopo tirate tutte le necessarie lezioni. Compiere degli ulteriori passi in tale direzione era diventato quindi per noi un compito vitale. La tesi deforme che, circoscrivendo il periodo oscuro della vita del nostro Partito al breve periodo intercorso tra il Luglio 1983 ed il Gennaio 1984, respinge come estranei alla Sinistra solo i 5 numeri del giornale fatti uscire tra il Luglio 1983 ed il Gennaio 1984 dai liquidazionisti che daranno poi vita a “Combat”, e precisamente la serie che va dal n° 7 al n°11, ma non quelli precedenti, che uscirono prima che il vecchio Centro del Partito fosse sostituito dal Comitato Centrale, voluto dai suddetti liquidazionisti, conduce in un vicolo cieco. L’articolo “Ciò che li distingue da noi” ([6]) comparve, ad esempio, nel n° 5, 1983 de “il programma comunista”, e dunque appartiene ad un periodo che dovrebbe essere rivendicato e difeso. Ebbene: esso evidenziava l’abisso esistente tra le posizioni del Centro del Partito di allora e quelle sostenute dalla Sezione di Schio, da poco costretta ad allontanarsene, che erano additate come l’espressione dell’“asservimento alla spontaneità più retrograda”. Come si spiega allora non solo il fatto che dieci anni dopo i “retrogradi” siano riammessi nel Partito senza dover fare ammenda dei loro precedenti peccati “spontaneisti”, ma anche e soprattutto il fatto che nel 1990 il Centro del Partito avesse affermato addirittura che Schio […] aveva ragione([7]) nel momento in cui fu costretto ad allontanarsi? E come si spiega poi che nel 1993 lo stesso Centro abbia sentito il bisogno di precisare che “Schio «aveva ragione» allorché i compagni di laggiù mettevano il Partito in guardia contro queste «deviazioni» attuali o potenzialie che noi [il Centro] avevamo torto a sottovalutarle” ([8])? Di quali deviazioni si trattasse lo spiega la stessa Lettera centrale del 1993 sopra citata, chiarendo che Schio aveva avuto ragione a dare l’allarme a proposito delle deviazioni movimentiste presenti nel Partito, rappresentate dalla “tendenza a vedere in tutto quello che si muove l’espressione di «interessi proletari»: vedi la sopravvalutazione della lotta palestinese in quanto «terreno di classe», vedi il lancio di parole d’ordine parademocratiche in Algeria, vedi la frenesia dell’intervento in ogni comitato possibile in Italia”. In sostanza nel 1993 il Centro riconobbe che Schio dieci anni prima aveva avuto ragione ed era stata “una delle sezioni all’avanguardia” ([9]) proprio nel combattere la tendenza dei dirigenti di allora a cadere “nella fraseologia inutile e nell’attivismo senza capo né coda, a mescolarsi “a democratici di vario tipo”, a contrastare in modo volontaristico una “realtà […] ancora controrivoluzionaria” ed in cui “la lotta di classe stenta a riprendere”, e cioè, per esempio, creando “dei «comitati» che la facciano rinascere” oppure aderendo “a quelli che già ci sono” non solo sul terreno sindacale ma anche “per aiutare il «proletariato prigioniero» dato che, se non tutti i detenuti, almeno tutti quelli politici, secondo loro, sono in quanto tali, «avanguardie»” ([10]). Dato che quelle sopra riportate erano le critiche fatte da Schio al Centro nel 1983, non resta allora che constatare che nel 1993 il Centro trovò la forza di riconoscere di aver avuto torto dieci anni prima per aver sottovalutato la rogna movimentista che ci impestava, ma anche che, nello stesso tempo, non ebbe il coraggio di rendere esplicito e di pubblico dominio questo riconoscimento. Ciò che ci importa qui di rilevare è che quella del movimentismo dilagante non era certo di una questione di dettaglio atteso che -sempre secondo la lettera centrale del 1993- è proprio nella tendenza a dimenticare i “limiti che ci separano dall’attivismo ad ogni costo” che “la crisi del 1982 [aveva] avuto le sue radici” ([11]). Il che significa, detto fuori dai denti, che Schio e non solo Schio ma anche le altre Sezioni che insorsero contro la deriva movimentista, avevano avuto ragione nel difendere la continuità del Partito storico contro quel “Nuovo Corso” che fu la causa dell’esplosione del Partito formale nel 1982-83. Un “Nuovo Corso” movimentista che, nel nostro linguaggio, è sempre sinonimo di opportunismo ([12]), equivalendo ogni movimentismo a barattare l’avvenire del movimento proletario in cambio di un vero o presunto successo immediato ed equivalendo ogni prurito di innovazione del nostro schema tattico ad uno scardinamento dei principi cui esso è vincolato. Lanciare parole d’ordine parademocratiche in Algeria e paranazionaliste in Palestina, aderire in Italia a dei Comitati che altro non erano se non dei fronti unici politici coi gruppetti nati dalla putrefazione dello stalinismo, corteggiare le sedicenti “avanguardie” ed il cosiddetto “proletariato prigioniero” o, peggio ancora, sbarazzarsi dei compagni della vecchia guardia come zavorra da buttare a mare per meglio procedere verso il sospirato “rinnovamento”, tutto ciò significò, per l’appunto, sacrificare la ragion d’essere del Partito, i suoi principi ed i suoi fini sull’altare dell’effimero successo rappresentato da un Partito non più afflitto dalla dannazione del rachitismo, anche se il risultato di questa smania non fu quello atteso, anche se al posto di un irrobustimento organizzativo del Partito sia pure a scapito dei principi (ovvero un suo consolidamento su basi opportunistiche) vi fu la sua disgregazione. Ma torniamo al bilancio della esplosione del Partito dell’82-83. Ai primi passi utili in tale direzione prima richiamati fece seguito nel 1994 un ulteriore e importante riconoscimento da parte del Centro: quello della necessità di distaccarsi dalle Circolari con cui prima del 1982 si era voluto imporre il “Nuovo Corso” ([13]), il che significa che nel 1994 il Centro riconobbe che bisognava raddrizzare il Partito, rimettendolo sul binario da cui per un decennio si era deviato. Non è inutile, a scanso di polemiche pretestuose e banali, ribadire che non si è voluto porre in rilievo in modo pettegolo chi aveva avuto ragione e chi invece aveva avuto torto, personalizzando uno scontro politico, ma si è voluto precisare su che cosa, a proposito di quali contenuti e proposizioni qualcuno, non importa quale nome avesse e quale fosse la sua collocazione geografica, aveva avuto ragione in quello scontro. Non riteniamo quindi che il fatto di aver avuto ragione in passato nel dare l’allarme su una serie di deviazioni implichi necessariamente il fatto di aver ragione oggi a dare l’allarme sul risorgere di quelle deviazioni o sull’insorgerne di altre. Chi aveva avuto ragione ieri può avere torto oggi, e non ci sono “probiviri” designati a svolgere questa funzione da veri o presunti meriti acquisiti. Ciò che viceversa, sulla base degli insegnamenti della Sinistra, merita di essere ribadito è che tutta la compagine del Partito debba assolvere a tale funzione, vegliando affinché il Centro non si discosti dal Programma.


[1] Rapporto della Sezione di Schio per la Riunione Organizzativa di Marzo 2003.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] “Ciò che li distingue da noi” , il programma comunista, n° 5, 1983.

[7] Lettera del Centro a Parigi del 6.VII.1990.

[8] Lettera del Centro a Parigi del 29.III.1993.

[9] Ibidem.

[10] “Ciò che li distingue da noi”, il programma comunista, n° 5, 1983.

[11] Lettera del Centro a Parigi del 29.III.1993.

[12] “O nella storia è possibile fissare concomitanze generali tra spazi e tempi lontani, ovvero è inutile parlare di partito rivoluzionario, che lotta per una forma di società futura. Come abbiamo sempre trattato, vi sono grandi suddivisioni storiche e «geografiche» che danno fondamentali svolti all'azione del partito: in campi estesi a mezzi continenti e a mezzi secoli: nessuna direzione di partito può annunziare svolti del genere da un anno all'altro. Possediamo questo teorema, collaudato da mille verifiche sperimentali: annunziatore di «nuovo corso» uguale traditore (“Dialogato coi Morti”).

[13] Lettera della Sezione francese al Centro del 16.12.03.

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