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"Vivremo abbastanza a lungo per vedere una rivoluzione
politica? Noi, i contemporanei di questi tedeschi? Amico mio, voi credete
ciò che desiderate". (A. Ruge a Marx - marzo 1844)
"Bisogna rendere l'oppressione reale ancora più pesante,
aggiungendovi la coscienza dell'oppressione, rendere la vergogna ancora
più infamante pubblicandola (...) bisogna costringere questo stato di cose
pietrificato a entrare in ballo, cantandogli la sua propria canzone". (K. Marx)
"Ciò che appare come banalità nella falsa coscienza
della nostra epoca non è che l'impoverimento spettacolare di ciò che la nostra
storia porta di più ricco". (K. Marx)
Non si potrebbe definire
meglio di come fa Marx la situazione presente.
Gli ideologi della borghesia sono
monoliticamente unanimi nell’affermare che il concetto stesso di rivoluzione è
superato (salvo poi aver chiamato, nel passato recente, “rivoluzioni” delle
banali crisi ministeriali all’Est) anzi, che non ha mai avuto alcuna validità.
Per avvalorare le loro tesi pseudo-scientifiche, tentano di riscrivere la
storia - in perfetto stile stalinista- arrivando a definire un accidente storico
l’unica rivoluzione compiutamente vittoriosa fino ad ora: la rivoluzione
borghese.
Quanto agli ex ideologi “rivoluzionari” – che
si affannavano un tempo a magnificare le sorti progressive del capitalismo russo
o cinese, spacciato per socialismo – oggi più coerentemente magnificano le sorti
del capitalismo in generale e definiscono la teoria rivoluzionaria – nel
migliore dei casi – come un’ingenua utopia che seguitano ottusamente a scambiare
con le miserabili ideologie che una volta erano le loro.
In realtà la partita è ancora tutta da
giocare: occorrerà ancora una volta opporre le ragioni della teoria
rivoluzionaria a quella dell’ideologia dominante comunque mascherata.
La rimozione sistematica di tutto ciò che ha a che fare con la
rivoluzione comunista, maschera soltanto la paura della classe
dominante, ad ogni latitudine, che la questione sociale
si ripresenti sulla scena della storia in tutta la sua brutalità.
Si vedrà allora come la vera utopia non sia quella del comunismo che
– giova ricordarlo – “non è uno stato di cose che debba essere
instaurato, un’ideale al quale la realtà dovrà conformarsi”
(Marx, Engels). L’utopia è invece quella del capitale e dei suoi
ideologi i quali tentano di esorcizzare l’incontestabile verità che,
finché esisterà il capitalismo esisterà la sua negazione dialettica:
il comunismo, cioè “ il movimento reale che abolisce lo stato di
cose presente” (Marx, Engels).
Il “bel sogno” finirà brutalmente, tramutandosi in incubo, quando
la negazione da potenziale diventerà reale.
Quanto agli ex ideologi
“rivoluzionari” – che si affannavano un tempo a magnificare le sorti progressive
del capitalismo russo o cinese, spacciato per socialismo – oggi più
coerentemente magnificano le sorti del capitalismo in generale e definiscono la
teoria rivoluzionaria – nel migliore dei casi – come un’ingenua utopia che
seguitano ottusamente a scambiare con le miserabili ideologie che una volta
erano le loro.
In realtà la partita è ancora tutta da
giocare: occorrerà ancora una volta opporre le ragioni della teoria
rivoluzionaria a quella dell’ideologia dominante comunque mascherata.
Si vedrà allora come la
vera utopia non sia quella del comunismo che – giova ricordarlo – “non è uno
stato di cose che debba essere instaurato, un’ideale al quale la realtà dovrà
conformarsi” (Marx, Engels).
Il “bel sogno” finirà brutalmente,
tramutandosi in incubo, quando la negazione da potenziale diventerà reale.
L’epoca della controrivoluzione trionfante,
pur trascinandosi ancora fino ad oggi, si avvia a chiudersi definitivamente
anche se non in tempi brevi. Un’altra pagina è destinata ad aprirsi: quella del
secondo assalto del proletariato alle fortezze del capitale mondiale. Ottanta
anni sono passati da quando la rivoluzione comunista venne sconfitta dalla
reazione congiunta di borghesia, socialdemocrazia e stalinismo. L’ottobre rosso
– con le sue peculiari caratteristiche di doppia rivoluzione - che avrebbe
potuto essere il primo atto della rivoluzione comunista mondiale – in seguito
alla sconfitta della rivoluzione nel resto d’Europa - rimase confinato
all’interno dei soli compiti borghesi ed antifeudali. Come avviene nelle scienze
naturali, dati certi presupposti, non poteva essere altrimenti; lo stalinismo
diveniva l’ideologia portante del nascente capitalismo russo. La
controrivoluzione trionfava sotto le mentite spoglie della rivoluzione. La
borghesia non avrebbe potuto immaginare, nemmeno nei suoi sogni più audaci, di
avere una vittoria più schiacciante.
Oggi i capitalismi
dell’Est finalmente hanno da tempo rivelato completamente, come la nostra
corrente aveva previsto decenni or sono, scrivendo nei nostri testi “Dialogato
con Stalin” del 1952 e “Dialogato con i Morti” del 1956, la loro vera natura, -
costretti a modificare la forma politica e passando da un fase di
capitalismo ad un’altra, - spinti dalle esigenze della produzione e dalla
necessità di meglio controllare il proletariato locale per mezzo della
mistificazione democratica.
Il pianeta è oggi visibilmente ciò che
era già realmente: il regno totalitario dell’economia capitalista.
La presunta “fine del
comunismo” non è altro che il primo atto della crisi del capitalismo
mondiale che, come sempre, ha solo due alternative: guerra o rivoluzione, fine
della preistoria umana ed inizio della storia cosciente o un nuovo ciclo
infernale di accumulazione se non – come già ipotizzavano Marx ed Engels - la
fine comune delle classi in lotta.
Lo spettro del comunismo dunque, a dispetto
di tutto, si aggira ancora per il mondo. Viviamo in un’epoca nella quale si sta
accumulando nel sottosuolo della società un’energia esplosiva incommensurabile.
Questo non appare ancora sulla superficie sociale ma, quello che non appare
tuttavia esiste e prepara un’esplosione sociale senza pari.
Il proletariato sarà portato da potenti ed
inevitabili scossoni deterministici a riscoprire la sua teoria nascosta e ad
incontrare nuovamente il suo Partito. Ad un proletariato per troppo tempo
privato delle sue ragioni, occorrerà nuovamente fornire delle ragioni perché da
classe in sé torni ad essere classe per sé.
Per noi “la critica non è una passione del
cervello ma il cervello della passione; essa non è un bisturi ma un’arma”
(Marx). Questa pubblicazione, per l’appunto, vuole essere un’arma.
Ai nostri svariati critici
possiamo tranquillamente dire che non saremo né un partitino ad uso e consumo di
militanti rimasti a spasso, né un cenacolo di studiosi. Abbiamo attraversato un
deserto lungo ottanta anni, portando gelosamente quell’arma sempre con noi,
abbiamo superato persecuzioni, calunnie infamanti, defezioni, scissioni. Abbiamo
commesso errori, anche gravi, deviando dalla giusta rotta ma siamo sempre
riusciti a ritrovare, nell’essenziale, quella giusta. E’ stata assicurata la
continuità del Partito Storico. La Sinistra Comunista ha difeso e preservato
il programma attraverso la bufera controrivoluzionaria. Ma non si è limitata a
fare questo; essa ne ha fatto una nuova sintesi, coordinando in modo organico la
dottrina nei suoi elementi sparsi in una serie di “Tesi di Partito” le quali non
hanno la pretesa di scoprire nulla di nuovo ma, più semplicemente, di
sistematizzare gli elementi del programma perché – oggi ed ancor più domani -
siano armi più efficaci. Questo è ciò che abbiamo fatto a partire dal 1926
attraverso i vari partiti formali che si sono avvicendati.
Le forze che, a torto o a
ragione, si richiamano alla tradizione della Sinistra Comunista (impropriamente
definita “italiana”) sono oggi estremamente frammentate e cristallizzate nelle
loro divisioni dovute a cause lontane nel tempo ed operanti ancora solo in
parte.
Di fronte a questa frammentazione, si
reagisce, di norma, con due atteggiamenti che sono due soluzioni, errate, ad un
unico problema: da una parte, si ritiene sic et simpliciter di essere già
il partito formale al quale i comunisti sparsi per il mondo debbono aderire
“individualmente”; dall’altra – siccome il partito non si crea (“i partiti,
come le rivoluzioni, non si creano ma si dirigono”) ma emerge visibilmente
sulla superficie sociale quando i tempi sono maturi - si ritiene che ci si
debba limitare al lavoro teorico, richiamandosi, meccanicamente, all’opera di
Marx successivamente allo scioglimento della Lega dei Comunisti come partito
formale. L’attività del “Partito-Marx”, dopo lo scioglimento della Lega, non è
altro che la manifestazione dell’attività teorica come l’unica attività pratica
possibile nelle circostanze date. Quindi, lo scioglimento della precedente
organizzazione era la premessa per fare l’attività pratica che era possibile
fare fuori da ogni attivismo velleitario.
Facciamo un po’ di storia.
Nel 1952 il Partito si pone come Partito
internazionalista prima e poi, dal 1964, internazionale sentendosi
abilitato ad esserlo - e quindi a dirigere la rivoluzione in avvenire - solo
dalla sua coerenza programmatica e dalla sua fedeltà alla dottrina. Si tratta di
una chiara auto-investitura nel senso di Marx quando scrive ad Engels (18 maggio
1859):
“Il
nostro mandato di rappresentanti del proletariato, non lo abbiamo che da noi
stessi, ma esso è contrassegnato dall’odio esclusivo e generale che ci riservano
tutte le frazioni del vecchio mondo e tutti i partiti”.
A metà degli anni ’70 si devia ammettendo che
quella coerenza è necessaria ma non sufficiente e che altri apporti sono
necessari per “costruire” il vero partito compatto e potente, quelli delle
cosiddette “avanguardie”. E’ la teoria del Partito monco. E’ la separazione
meccanicista delle due fasi: quella della restaurazione teorica e quella della
proiezione nei movimenti sociali. Ed è anche un gettare alle ortiche il
centralismo organico, implicitamente ritenuto idoneo, forse, a regolare la vita
di un partitino monco a conduzione familiare ma non certo quella di una grande e
compatta Azienda-Partito (perché, di fatto, questo veniva vagheggiato) che ben
altro rigore e disciplina avrebbe certamente richiesto, almeno secondo alcuni
bolscevichi da operetta.
Rigettata la teoria del partito zoppo o del
deforme embrione dal quale dovrebbe nascere il partito, non resta che tornare
alla posizione originaria per definire quello che noi siamo oggi. Ma col dovuto
senso delle proporzioni. Il che significa che dobbiamo essere consapevoli che
sono e saranno i risultati reali della utilizzazione del corpo delle Tesi
della Sinistra a qualificarci in quanto Partito, a renderci idonei a ripetere
oggi l’auto-investitura di ieri. Ma che dobbiamo essere consapevoli anche che
quella da cui nascono e sono già nate le conferme di quella corretta
utilizzazione non è ancora la grande Storia da cui il Partito le aveva tratte
nel ’52 ponendole a fondamento della sua auto-investitura, non è ancora una
Storia che si snoda, soprattutto, sotto gli occhi del proletariato, ma è una
microstoria di microframmenti di un Partito che è stato travolto dall’onda lunga
della Controrivoluzione, dalle illusioni su un’imminente ripresa e dalle
devastanti smanie attivistiche che ne sono seguite. E allora diciamo che se
siamo e saremo all’altezza della tradizione cui facciamo riferimento siamo e
saremo da ciò abilitati a definirci Partito Formale, minimo, certo, ma Partito
nel senso integrale del termine, cioè dotato del necessario e del sufficiente
per diventare il grande (anche se non mai pletorico) Partito della Rivoluzione
solo dimostrando giorno per giorno a noi stessi di essere effettivamente in
grado di utilizzare quel patrimonio (che non è “nostro” per un malinteso diritto
ereditario ma è a disposizione di tutti) ai fini della riconquista e del
mantenimento della rotta. Questo con il senso della misura che nasce proprio
dalla consapevolezza che se è vero che le conferme - pur preziose - vengono da
una microstoria che si svolge fuori dal campo di attenzione delle grandi masse
operaie, nulla ci autorizza a far derivare dal nostro essere Partito delle
ridicole presunzioni organizzative sul piano della traduzione in atto di
quel precetto dell’adesione individuale che mira in realtà solo a evitare le
ibridazioni con altri organismi dotati di diversi programmi o sul piano della
espansione per irradiazione della nostra minima organizzazione attuale. E’
evidente che, da un punto di vista materialista, esistono certamente in altre
parti del pianeta singoli comunisti o gruppi di comunisti che, faticosamente e
con approssimazioni successive, scoprono la teoria nascosta del proletariato che
ha trovato nella nostra corrente, al momento attuale, la migliore
sistematizzazione. Se nessuno ci vede diventa quindi altamente probabile che
altri raggruppamenti organizzati di comunisti si formino autonomamente qui o, a
maggior ragione, altrove attorno al corpo delle tesi di Partito lasciato dalla
Sinistra; ed è evidente che se essi saranno più capaci di noi nel maneggio delle
armi comuni o anche solo più fortunati di noi nell’incrociare i grandi corsi
della Storia noi saremo ben felici (ubi maior minor cessat) di aderire
formalmente ad un’organizzazione che se non potrà mai essere un’altra
organizzazione, sarà pur sempre un organismo sorto fuori dal nostro controllo,
dalla nostra volontà e dalla nostra cerchia di irradiazione.
Si tratta quindi,
dialetticamente, di comprendere che - anche se il Partito che guiderà il
proletariato all’assalto delle cittadelle del capitale non esiste ancora se non
come un punto di riferimento che è esso stesso un “lavoro in corso” - occorre
lavorare qui ed ora come Partito, sia al nostro interno (con un metodo di lavoro
organico) sia esternamente (intervenendo – ove le forze lo consentano –
all’interno del proletariato). Se noi ci chiamammo e seguitiamo a chiamarci
“partito comunista internazionale” questo significa semplicemente che questo
è il nostro obiettivo; che intendevamo ed intendiamo agire come Partito e che
non possiamo scindere la nostra attività di elaborazione teorica dalla nostra
attività pratica. Occorre “operare sulla curva spezzata dei partiti
contingenti per ricondurla alla linea continua ed armonica del Partito
Storico. Questa è una posizione di principio, ma è puerile
volerla trasformare in ricette di organizzazione: secondo la linea
storica noi utilizziamo non solo la conoscenza del passato e del presente
dell’umanità, della classe capitalistica ed anche della classe proletaria, ma
altresì una conoscenza diretta e sicura del futuro della società e della
umanità, come è tracciata nella certezza della nostra dottrina che culmina nella
società senza classi e senza stato” (punto 11 delle Tesi di Napoli del 1965,
dal testo n°2 “In difesa della continuità del programma comunista”). Non
possiamo escludere nessuna possibilità sulle modalità pratiche della
formazione del Partito di domani. Siamo quindi disponibili alla chiarificazione
con tutti i compagni che si pongano sulle solide basi programmatiche della
Sinistra Comunista.
La strada che abbiamo
intrapreso, per quanto perigliosa, lunga ed avara di soddisfazioni immediate è
l’unica percorribile.
Se si vuole raggiungere il
pianeta rosso del comunismo occorre costruire un’astronave - disponendo
di solide conoscenze di fisica, chimica, elettronica, informatica, cibernetica,
balistica, astronomia ed altro ancora – e non si possono usare palloni
aerostatici anche se volano subito e sembra che si avvicinino alle stelle.
Questa strada certamente non la stiamo percorrendo, come dicevamo, solamente
noi; sarebbe idealistico pensare il contrario. Gli incontri proficui con altri
“esploratori del domani” sicuramente non mancheranno.
Se anche, quando esisterà
il Partito Comunista Internazionale per cui lavoriamo, di noi si sarà persa
anche la memoria, riteniamo comunque che il nostro apporto non sarà stato
inutile.
Questa è la nostra unica
presunzione. |