PARTITO COMUNISTA  INTERNAZIONALE

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SCENDERE IN LOTTA

   Lavoratori!

In queste ultime settimane la triplice Fiom-Fim-Uilm ci sta coinvolgendo nell’ennesima sequenza di sterili scioperi indetti con le solite modalità attendiste e disarmanti (10 orette di mobilitazione in tutto, preannunciate da quasi un mese e distribuite col contagocce), per “controbattere” alla netta chiusura dimostrata da Federmeccanica nella trattativa per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, e soprattutto “per chiedere a Istituzioni e Governo di intervenire di fronte al disastro delle delocalizzazioni”. Secondo gli ultimi dati infatti, a causa delle crisi aziendali e delle delocalizzazioni sono 500 mila in Italia i posti di lavoro a rischio, mentre in Veneto i lavoratori in cassa integrazione e in mobilità sono 20 mila, di cui 5 mila nella sola provincia di Vicenza. Nel Nordest del “miracolo” ormai tramontato e del modello produttivo basato sui bassi salari drogati dagli straordinari e sul supersfruttamento della forza lavoro, molte fabbriche hanno già chiuso o stanno chiudendo, gli industriali ristrutturano e spostano la produzione in Romania e in Cina. E intanto prosegue lo stillicidio di licenziamenti: alla Zoppas, alla De Longhi, alla Safilo, alla Iar Siltal, alla Fiamm e in centinaia di medie e piccole aziende del frammentato tessuto industriale veneto.

I sindacati che oggi ci chiamano allo sciopero “per salvare dal declino il sistema industriale italiano”, sono sulla stessa lunghezza d’onda di Confindustria e Governo nel chiederci nuovamente sacrifici e collaborazione per superare la crisi e per rilanciare l’economia nazionale ed il “made in Italy”. Per questo chiedono alla “controparte” una nuova concertazione, “un nuovo patto sociale per alimentare l’innovazione e la riconversione delle attività produttive”. Per noi, però, questo significa che vogliono rinnovare la loro “intesa di sempre” con padroni e politici in difesa dei profitti e per sfruttarci ancora di più, facendo peggiorare ulteriormente le nostre condizioni di vita e di lavoro. Nel frattempo gli stessi padroni sono liberi di delocalizzare le loro aziende e di lasciarci così per strada.

In realtà la grave crisi che stiamo vivendo non deriva, come vogliono farci credere, da errori di gestione delle imprese, dalla scarsa innovazione dei prodotti, dalla bassa produttività delle aziende, dal costo del lavoro troppo elevato, dall’Euro, dalla propagandata “concorrenza sleale” della Cina o di qualche altro paese emergente, e chi più ne ha più ne metta.

Questa crisi nasce dalle contraddizioni interne al sistema capitalistico, già con ampiezza descritte dal marxismo. La sua causa essenziale è infatti la caduta del saggio medio di profitto: è lì che risiede la forza materiale che condanna il capitalismo a un destino inevitabile, quello di essere ciclicamente sopraffatto e soffocato da una immensa e cronica sovrapproduzione di merci e di capitali, che giunta al suo apice intasa i mercati fino alla loro saturazione. In questi ultimi anni la crisi economica, anziché risolversi, si è acuita ulteriormente. Le forze produttive dei capitalismi asiatici, con i loro complessivi 3,8 miliardi di abitanti, hanno riversato e continuano a riversare con sempre maggiore intensità sul mercato internazionale quantità enormi di merci a basso prezzo, rispettando in pieno l’essenza del capitalismo, che consiste nel produrre sempre di più e a costi sempre minori.

Gli Stati capitalistici occidentali, Italietta compresa, si sono visti così erodere progressivamente le rispettive quote del mercato internazionale, assistendo nel contempo al crollo dei loro profitti. Per opporvisi, alle borghesie d’Occidente non resta che attuare le solite “riforme governative” tese a taglieggiare i lavoratori a beneficio del sistema aziendale nazionale, comprimendone i salari e peggiorandone “legislativamente” le condizioni di vita e di lavoro. E quando questo non basta, capita quello che stiamo vivendo sulla nostra pelle: gli industriali nostrani ristrutturano le aziende e chiudono gli stabilimenti provvedendo a licenziamenti di massa, per trasferire la produzione nei paesi “emergenti” allo scopo di ridurne i costi. Con le delocalizzazioni il padronato sostituisce così agli ormai “vecchi” e “poco remunerativi” operai di casa propria, i “nuovi” (più sfruttabili!) e “più competitivi” operai dell’Est-Europa e dell’Asia.

   Compagni, operai!

Non abbiamo nulla da difendere, né la galera di fabbrica, né l’economia nazionale! Dobbiamo tenere bene a mente che la ripresa economica, di lor signori, passa solo attraverso il maggior sfruttamento della classe operaia, attraverso l’aumento dei ritmi di lavoro per coloro che restano in fabbrica, attraverso l’ulteriore espulsione di manodopera, attraverso la precarizzazione del posto di lavoro e la riduzione del salario reale.

Ci chiedono ancora una volta sacrifici per superare questa crisi economica di sovrapproduzione di merci in cui si trova la borghesia mondiale. Noi dobbiamo rispondere: non più sacrifici!

Se questa società del cosiddetto “benessere” non riesce più a garantire la nostra vita, che sia lotta aperta tra padronato e operai! Il costo che abbiamo pagato negli ultimi anni, complici i sindacati, è già stato alto: centinaia di migliaia di disoccupati, di emarginati e di precari. I ritmi produttivi e gli straordinari, insieme alla precarizzazione delle nostre condizioni lavorative imposte sotto minaccia di chiusure e di licenziamenti, hanno aumentato la nostra incapacità di lottare e di rispondere con efficacia ai ricatti dei padroni e dei vari governi sia di destra che di sinistra.

La rabbia che esplode qua e là, il disorientamento, l’incapacità di opporsi a qualsiasi stretta di vite effettuata sulla nostra pelle devono, ora, trovare la via giusta, la via della ripresa della lotta di classe, per difendere oggi la nostra possibilità di vivere, per farla finita domani con l’unico vero responsabile della realtà che oggi si vive nell’inferno delle fabbriche d’Europa, d’Asia e d’America: il capitale!

Il movimento operaio internazionale, nel suo passato, ha saputo esprimere metodi e obiettivi di classe: occorre riprenderli per ricostruire quella trama di lotte e di guerriglia economica, che gli opportunisti di tutte le specie, sindacalisti e falsi partiti “operai”, hanno tentato di cancellare. Ogni cedimento alle mille sirene che cantano democrazia, accordi, temporeggiamenti, compromessi in nome di un’economia nazionale in difficoltà, prima deprime e dopo annienta la nostra volontà e i nostri sforzi.

   Compagni, operai!

L’unica cosa che possiamo imparare dai padroni e dai loro servi è l’unità, l’organizzazione e la centralizzazione che utilizzano per colpire le nostre condizioni materiali e i nostri interessi di salariati. Cerchiamo anche noi di lavorare per organizzarci ed affasciare il maggior numero possibile di operai su obiettivi comuni e condivisibili da tutti, quali:

·        la richiesta di forti aumenti salariali (minimo 200 euro per recuperare la perdita di potere d’acquisto degli ultimi anni).

·        Il rifiuto dei licenziamenti o in alternativa il salario integrale ai disoccupati

Solo un anno fa gli autoferrotranvieri e i metalmeccanici della FIAT di Melfi hanno saputo dimostrare, in barba all’inerzia e al disfattismo dei confederali, quali sono i metodi che portano ad una lotta vincente: sciopero improvviso e ad oltranza, bloccando totalmente la produzione e la circolazione delle merci, non garantendo i servizi pubblici minimi e mantenendo l’agitazione in atto durante tutta la trattativa fino all’accordo.

E’ ora di scendere in lotta uniti, occupati e disoccupati, precari e immigrati, indipendentemente dai settori di attività. E’ ora di estendere le lotte fuori dai limiti delle fabbriche, organizzando e centralizzando la nostra azione, per superare l’ignobile individualismo, la divisione per categorie, la parcellizzazione delle proteste che ci hanno fatto dimenticare che noi uniti siamo più forti. 

Partito Comunista Internazionale

Sede: via Porta di Sotto n.43, Schio (VI) – aperta il sabato dalle ore 16.00 alle 19.00

Sito internet: http://www.sinistracomunistainternazionale.it

18/06/2005 – Fotocopiato in proprio

 


 

 

 

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