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PER I PADRONI LA MORTE DEGLI OPERAI E’ LA VITA DEL CAPITALE
Proletari!
Cosa segna oggigiorno l’aumento dello sfruttamento indiscriminato
degli operai e il continuo e progressivo peggioramento delle loro
condizioni di vita e di lavoro? Purtroppo non sono solo i bassi
salari e gli aumenti da fame, l’incremento della precarietà e della
flessibilità, l’innalzamento dei ritmi e degli orari lavorativi,
l’incertezza crescente legata alle pensioni e alle liquidazioni, i
tagli spregiudicati alla sanità e allo stato sociale…Ma anche e
soprattutto
la sempre
più massiccia carneficina degli omicidi sul lavoro e delle malattie
cosiddette “professionali”.
Dopo la strage infame alla Thyssen-Krupp di Torino che pretende
ancora vendetta, pure nel Veneto del
supersfruttamento
ci sono stati, non ultimi, ancora due proletari assassinati in modo
assurdo a Porto Marghera, ennesime vittime sacrificate sul campo
della guerra del capitale contro il lavoro salariato. Sempre in
questa regione
tra le
prime per le morti da lavoro,
negli scorsi tre anni si sono verificati 320 mila “infortuni”, di
cui 327 mortali; mentre nei primi otto mesi del 2007 sono già state
“registrate” 86 vittime, e nella sola provincia di Vicenza ci sono
stati nel corso dell’anno passato complessivamente 21 mila
“incidenti”. Rimanere uccisi a causa delle tremende condizioni che
il capitalismo impone ai salariati sembra essere la
normalità
ottocentesca
che in Italia conta sempre i suoi
4 morti
al giorno
(sono ufficialmente più di 1300 l’anno, senza contare tutti i casi
non denunciati relativi al lavoro sommerso e in nero).
Le statistiche dimostrano che
precari e
giovani, donne e stranieri,
sono le categorie di lavoratori più esposte agli “infortuni”.
Dunque, sono sempre
i
proletari peggio pagati, più deboli e ricattabili, a rischiare la
pelle con più frequenza.
Non a caso, in Italia all’eccessivo e cronico numero di morti da
lavoro corrisponde un salario medio tra i più bassi in Europa, e che
negli ultimi 5 anni è aumentato solamente di poco più del 10%. Come
mai allora si parla solo adesso dell’allarmante
questione
salariale
e del conseguente
potere
d’acquisto dei lavoratori dimezzatosi in pochi anni?
Non è tutto però: al
risparmio
sui salari,
i padroni d’azienda aggiungono il
risparmio
sulla manutenzione degli impianti produttivi e sui costi per la
sicurezza e la salute negli ambienti lavorativi,
che per lor signori sono
spese
improduttive.
Così gli inadeguati investimenti nella sicurezza non possono che
rispondere alla logica del mercato, secondo cui per il capitalista
questi costi non hanno ritorno,
non
generando infatti alcun profitto.
Allora ecco che più le condizioni lavorative e salariali sono
precarie
e ridotte, insicure e insalubri,
più la manodopera
è
ricattabile e costretta ad accettare lavori pericolosi, dai ritmi e
dagli orari sfiancanti.
Meno la classe operaia è in grado di far sentire
la sua
voce,
più il capitalismo è messo nelle migliori condizioni
per
funzionare a completo servizio del profitto,
con un consistente risparmio di capitale costante nella messa in
sicurezza dei luoghi di lavoro.
Quale maggiore “prevenzione”
e “formazione”, quale maggiore “controllo” e migliore “applicazione
delle leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro” per cercare di
limitare le dimensioni di questo massacro nelle fabbriche,
nei cantieri e in ogni ambiente lavorativo? Questi sono i soliti
rimedi proposti da sindacalisti e politicanti che con lacrime da
coccodrillo non vanno alle radici del problema e parlano spesso solo
di “tragiche fatalità e di negligenze”, nascondendo volutamente
che questa è invece la terribile e quotidiana realtà del
capitalismo, con la sua logica del profitto e dell’immancabile
“riduzione dei costi”!
Proletari!
I capi sindacali delle tre confederazioni, assieme ai politici e
agli alti papaveri istituzionali, continuano a ripetere alla noia
che “non è più tollerabile questo continuo stillicidio e che
ognuno deve assumersi le proprie responsabilità”.
Lo
facciano loro per primi
allora, che spalleggiando servilmente il padronato
sono da
decenni i garanti della competitività italica sul mercato mondiale,
contribuendo a loro volta al
pauroso
abbassamento del costo del lavoro e dunque del salario reale e delle
stesse condizioni di vita e di lavoro degli operai,
che giornalmente si confrontano sempre di più con quelle dei
proletari dell’est e del sud del pianeta.
In regime capitalistico
anche il
lavoro umano è una merce come tutti gli altri “beni prodotti”,
ma una merce che in un mondo “globalizzato” senza più barriere è
sempre più abbondante e per questo motivo viene scambiata ad un
prezzo sempre più basso. Nel capitalismo dunque si “produce” sempre
più pure la forza-lavoro, e a costi sempre minori. Per
essere concorrenziali con il capitalismo cinese o indiano occorre
sfruttare così
a ritmo cinese
e indiano
i proletari europei e a maggior ragione quelli italiani,
abbassando la
soglia di sicurezza e di conseguenza continuando ad ammazzare operai
indiscriminatamente.
Quella della competitività delle merci è una legge economica, di
fronte alla quale cozza ogni "rivendicazione" a tavolino proposta
dai bonzi sindacali di Cgil-Cisl-Uil e diventa insopportabile
l'abbraccio
mostruoso
fra i proletari che sopravvivono e le "autorità addolorate per
l’ennesimo incidente”.
Chi oggi vuole ancora coinvolgere la classe lavoratrice
nell’ipocrita cordoglio nazionale per le continue vittime del lavoro
e ad essa vuole inoltre far credere che la soluzione della
“questione degli infortuni” è quella
socialmente
pacifica
di limitarsi a reclamare più sicurezza, il rispetto delle leggi,
maggiori controlli, più formazione e “cultura della prevenzione”,
sono coloro i quali (sindacati confederali e partiti più o meno di
“sinistra”) da anni
“concertano”
con il padronato
la svendita degli interessi di classe e delle condizioni di vita e
di lavoro dei proletari. Sono proprio loro i
corresponsabili
dell’acuirsi dello sfruttamento e dell’incessante spargimento di
sangue degli operai!
D’altronde, è con i
rinnovi
contrattuali al costante ribasso e con le drastiche riforme
strutturali dello stato sociale e del mercato del lavoro
che i presunti difensori e rappresentanti dei lavoratori fanno
incassare ai padroni il più possibile, salvaguardando in tal modo
non gli interessi dei salariati
ma i profitti
delle aziende che alimentano l’economia nazionale.
Proletari!
Non è di certo
con le blande
e disarmanti iniziative di “lotta”
promosse dalla triplice Cgil-Cisl-Uil che potete costringere i
padroni a mettere in atto le misure necessarie alla sicurezza nei
luoghi di lavoro e a far disporre l’opportuna manutenzione dei
macchinari e degli impianti produttivi. Non è
con gli
scioperi farsa, articolati e sterili, e peggio ancora con le
fiaccolate,
che potete guidare la protesta rivendicativa contro “le morti
bianche e gli infortuni”. Non è con
la democratica
pace sociale,
supportando gli inutili
tavoli di
intesa tra autorità e parti sociali
e
confidando
nelle commissioni parlamentari
che sfornano continuamente inutili decreti, che riuscirete ad
imporvi per una limitazione del problema degli omicidi e delle
mutilazioni sul lavoro.
Queste “disgrazie” infatti sono connaturate al capitalismo, sono
degli
“inconvenienti sociali”
la cui incidenza è collegata alla legge del profitto: anzi, le morti
da lavoro e le malattie “professionali” sono
una delle
condizioni di esistenza e di rischio sociale proprie del capitalismo
stesso.
Come state sperimentando sulla vostra pelle, e sull’onda delle
sempre
più acute e ricorrenti crisi economiche (e borsistiche)
che minano il cuore del capitalismo, ogni governo che si alterna,
meglio
se sinistro e “amico”,
per salvaguardare l’economia nazionale e la sua competitività sul
mercato mondiale (leggi:
interessi e
profitti aziendali!)
continua a sottoscrivere con questi sindacati
accordi e
riforme capestro
sulla moderazione salariale, sugli straordinari, sulla flessibilità
e la precarietà, sul contenimento della spesa previdenziale e
sanitaria. Sono quindi proprio coloro che continuano
a colpirvi e a
controllarvi,
ad agevolare e ad approfondire il vostro sfruttamento, dimostrandosi
i
migliori difensori e puntelli
del sistema economico e politico capitalistico, e che assieme ai
padroni vi vogliono
silenziosi ed
obbedienti
in fabbrica,
divisi e
disorientati
nelle vostre lotte,
prigionieri
delle solite e pacifiche “regole del confronto democratico”,
deboli e
ricattabili
quando sul lavoro rischiate la vostra vita giornalmente o quando si
minacciano i vostri posti di lavoro con le frequenti
ristrutturazioni e delocalizzazioni.
Proletari, compagni!
Il capitalismo vi vuole
dunque gli uni contro gli altri e in costante concorrenza tra di
voi, anche quando a morire o ad invalidarsi sono i vostri
compagni di lavoro. Ovviamente, nulla viene fatto invece per
l’unità della classe operaia da parte di quelli che a parole
dicono di “difendervi” e poi nei fatti “concertano” i soliti
sacrifici sulla pelle di chi lavora e vive di solo salario.
Allora, unitevi ed
organizzatevi sulla base di obiettivi comuni e chiari contro chi
vi sfrutta e vi imbroglia!
Battetevi per forti
aumenti salariali (maggiori per le categorie peggio pagate) e
non per le solite elemosine; rivendicate la riduzione della
giornata lavorativa, opponendovi alle continue richieste
padronali di straordinari; reclamate migliori condizioni di
lavoro, denunciando soprattutto i rischi e i pericoli per la
sicurezza e la salute dei lavoratori.
Diffidate anche di quanti vi
dicono che l’unica via di “lotta” da seguire è quella dei
processi e della giustizia borghese, che alla fin fine
punirà i responsabili delle morti da lavoro e delle malattie
professionali (il caso del Petrolchimico di Marghera ne è, assieme
ad altri, un beffardo esempio…).
Cercate di chiamare alla
lotta tutte le categorie di tutte le aziende (senza
distinzioni tra occupati e disoccupati, precari e stranieri), con
scioperi improvvisi e decisi ad oltranza, e riuscirete ad
ottenere unità e forza, solidarietà e coscienza.
Contrapponetevi ai dirigenti sindacali che frantumano le lotte,
che indicano obiettivi in difesa delle aziende, dell’economia
nazionale e dello Stato, che rifuggono dall’uso di classe
dell’arma dello sciopero, che favoriscono la divisione degli
operai con la crescente differenziazione dei salari e dei
contratti, che si alleano coscientemente o non con i padroni,
con i borghesi, col loro stato di oppressione e sfruttamento.
Combattette
questa drammatica e concreta realtà, in cui vi si opprime e vi si
uccide in nome del profitto, e la cui responsabilità cade sulle
spalle di tutti coloro i quali continuano a negarla o a
nasconderla!
Partito Comunista Internazionale
Sede: via Porta di Sotto n.43,
Schio (VI) – aperta il sabato dalle ore 16.00 alle 19.00
26/01/2008 – Fotocopiato in
proprio
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