PARTITO COMUNISTA  INTERNAZIONALE

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P  R  I  M  O     M  A  G  G  I  O     2 0 0 7

 

 Il 1° maggio del 1886 migliaia di operai scesero in sciopero a Chicago rivendicando la riduzione a 8 ore della giornata lavorativa. Essi lottarono per quattro lunghi giorni, poi la repressione non si fece attendere: alcuni proletari caddero sotto il fuoco della polizia e molti altri furono arrestati. Cinque di loro, accusati in un processo manovrato di essere i capi della rivolta, di lì a pochi mesi furono impiccati alla forca della democratica giustizia americana, cioè del codice di violenza della classe dominante, sacrificando le proprie vite in uno scontro in cui a decidere era la forza, non il diritto o la scheda elettorale. Per ricordare quell’eccidio e i combattenti di quella grandiosa battaglia, e, soprattutto, a monito della solidarietà di tutti i lavoratori contro il capitalismo, nel 1889 il movimento proletario internazionale proclamò il Primo Maggio giornata mondiale di lotta della classe operaia. 

Oggi, in Occidente i lavoratori hanno purtroppo dimenticato il valore di simili battaglie, smarrendo sempre più la strada della lotta di classe: non si muore neanche più per difendere o migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro, ma si rimane ammazzati a causa delle tremende condizioni che il capitalismo impone ancora ai salariati. Molti luoghi di lavoro infatti non sono altro che carnai, sfilettatoi di membra proletarie, veri e propri macelli di un modo di produzione che si regge grazie ad un dispiegamento di violenza e di sfruttamento che non ha eguali nella storia umana. Emblematici sono i dati forniti dall’Oms e dall’Ilo: a livello mondiale, nel 2005, sono stati oltre due milioni gli infortuni mortali, 268 milioni gli incidenti non fatali e 160 milioni i nuovi casi di malattie professionali. Nel 2006 in Italia gli incidenti mortali sul lavoro “certificati” sono stati 1280, e in questi primi mesi del 2007 sono sempre 4 i morti al giorno. Le statistiche dimostrano inoltre che donne e extracomunitari sono le categorie di lavoratori più esposte agli infortuni, il che significa che sono sempre i proletari peggio pagati, più deboli e ricattabili, a rischiare la pelle con più frequenza. Non a caso, in Italia all’eccessivo e cronico numero di morti da lavoro corrisponde un salario medio tra i più bassi in Europa, e che negli ultimi 5 anni è aumentato solamente di poco più del 10%. 

Se ora il governo di “sinistra” sbandiera a gran voce come se fosse un suo merito il ritorno alla crescita dell’economia italiana, nessuno ha però il coraggio di dire la verità agli operai, e cioè che l’attuale “ripresina” è in atto proprio perché la recente crisi che perdurava dal 2001 è stata pagata dai lavoratori attraverso le ristrutturazioni, i licenziamenti e le delocalizzazioni senza regole che hanno dato nuovo respiro ai profitti del padronato, portando ad un massiccio incremento  dello sfruttamento capitalistico, con i suoi bassi salari e il diffondersi del precariato della flessibilità e della disoccupazione, con i suoi nuovi tagli alle pensioni e alla sanità, con l’inesorabile calo del potere d’acquisto. In questi ultimi anni, più che mai, “grazie” alla carneficina senza fine delle morti per lavoro, i proletari stanno continuando a pagare questa ripresa anche con il sangue e la vita! Quale maggiore prevenzione e migliore informazione, quale maggiore controllo e migliore applicazione delle leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro? Non servono a nulla le lacrime di coccodrillo di politicanti e sindacalisti, quando si vuole nascondere che questa è la tragica e quotidiana realtà del capitalismo in tutto il mondo!

Per i padroni d’azienda quelle per la sicurezza e l’igiene sono spese improduttive, e così gli inadeguati investimenti nella sicurezza e nell’antinfortunistica non possono che rispondere alla logica del mercato, secondo cui questi costi,  non generando profitto, sono solamente spese che per il capitalista non hanno ritorno. Allora ecco che più le condizioni lavorative e salariali sono precarie e ridotte, più la manodopera è ricattabile e costretta accettare lavori pericolosi, dai ritmi e dagli orari sfiancanti. Meno la classe operaia è in grado di far sentire la sua voce, più il capitalismo è messo nelle migliori condizioni per funzionare a favore del profitto, con un forte risparmio di capitale costante nella messa in sicurezza dei luoghi di lavoro.

Appare quindi evidente dai fatti che coinvolgono oggi milioni di proletari sfruttati e ammazzati dal capitale, che “il migliore dei mondi possibili” decantato dalla cultura borghese, che il vaso di miele della civiltà capitalistica a cui lorsignori hanno fatto fare il giro del mondo sotto le bandiere insanguinate della democrazia e della libertà, è sempre il solito, vecchio capitalismo assassino. Un modo di produzione che fin dal suo primo vagito non ha fatto che nutrirsi della vita dei proletari, rispettando in pieno la sua spietata essenza, che consiste nel produrre sempre di più e a costi sempre minori, ma con un gigantesco e crescente sperpero di energie e di vite umane.

 

Operai, compagni!

Chi può negare che nel corso degli ultimi anni la borghesia, con l’aiuto diretto dei sindacati tricolore, sta smantellando giorno dopo giorno tutto ciò che era stato conquistato nei decenni scorsi con aspre e generose lotte? Come è possibile credere alla folle menzogna che nella società di mercato il cosiddetto “benessere” continua ad aumentare, visto che il salario reale ha subito un processo di demolizione pressoché inarrestabile?

Oggi tutti noi, oltre a faticare sempre più per arrivare alla fine del mese, quotidianamente soffriamo anche di una sempre maggiore insicurezza nei luoghi di lavoro e di un incertezza persistente legata alla possibilità di essere in qualche modo licenziati. Sono allora, sempre e comunque, le leggi economiche capitalistiche che s’impongono inesorabili ovunque nel mondo a spingere il servitorame politico di ogni colore (meglio se mascherato da “difensore” dei lavoratori e dei più deboli!) a prendere decisioni contro la classe operaia, nella speranza di garantire la sopravvivenza del sistema. Il guaio è che “abbassare il costo del lavoro” significa diminuire il numero dei lavoratori occupati; significa ridurre il salario, sia quello diretto che quello indiretto (pensioni e liquidazioni); significa applicare indistintamente la famosa “flessibilità” (ossia lavorare sempre di più con contratti a termine e malpagati oggi, per restare a casa domani!); significa ricevere meno per lo stesso lavoro, a seconda dell’area geografica, dell’età, del sesso, del paese di provenienza; significa diffondere il criterio del “cottimo”, ovvero il salario legato alla produttività (l’ideale per il capitalismo!).

Nel generalizzato peggioramento della condizione dei lavoratori, la tentata rapina del TFR a favore dei fondi pensione portata avanti dai governi prima di destra e poi di “sinistra”, dalla Confindustria assieme alle banche e alle assicurazioni, e dai loro agenti sindacali in seno alla classe operaia (leggi Cgil-Cisl-Uil), si inserisce in un chiaro progetto di finanziarizzazione crescente dell’economia, teso alla ricerca di “nuove” fonti di profitto dopo aver provveduto al progressivo smantellamento di una garanzia sociale quale la “pensione pubblica”. In questo scenario di furto e miseria crescente, i Sindacati Confederali pressano i lavoratori affinché investano il loro TFR nei fondi pensione di categoria legati al mercato borsistico. Ma se c’è una cosa certa in questa operazione da professionisti dell’opportunismo, è che in questo autentico furto del salario differito dei proletari, a guadagnarci veramente sono solo i gestori dei fondi, il padronato e i sindacati supportati dal governo “amico”. Il tutto accompagnato da un vero e proprio bombardamento mediatico: 17 sono i milioni di euro stanziati dal governo Prodi per la campagna a favore della rapina del TFR!

 

Compagni, operai!

In Italia come in tutto l’Occidente la borghesia, coadiuvata validamente dai sindacati di Stato e dai partiti di “sinistra”, in questo ormai lungo periodo di ubriacatura democratica è riuscita a distruggere in noi proletari ogni barlume di coscienza di classe e quindi ogni memoria delle grandi lotte del passato per la nostra emancipazione.

Chi ci invita dunque a “festeggiare” il Primo Maggio, non ci vuole di certo in piazza o fuori dai cancelli delle aziende a lottare per i nostri interessi di classe e in difesa delle nostre stesse condizioni di vita e di lavoro. Ma ci ha già chiesto di accettare senza colpo ferire l’ennesima Finanziaria “lacrime e sangue” per il “Bene del Paese” e per la salvaguardia dell’economia nazionale. Ci ha già chiesto di condividere le imprese di guerra dell’italico capitalismo straccione, sempre alla ricerca di “un posto al sole” fra le potenze imperialiste mondiali. Infatti, con il finanziamento delle missioni militari in Libano e Afghanistan e con la concessione all’ampliamento delle basi militari Usa in Italia, il pacifismo guerrafondaio della “sinistra” di governo e dei sindacati ha mostrato nuovamente la sua vera faccia, e un domani non troppo lontano ci vorrà ancora schierati per la patria sul fronte di guerra, contro altri operai mandati al macello dopo essere stati sfruttati come noi dalla propria borghesia. Chi fa questo, chi vuole continuare a “festeggiare” il Primo Maggio tra sventolii di bandiere tricolori, concerti e messe di benedizione, lo fa a suggello di una vittoria consolidata su noi lavoratori, a difesa del sistema capitalistico, del suo sfruttamento e dei suoi omicidi nei luoghi di lavoro, dei suoi Stati armati e delle sue costituzioni, delle sue violenze e delle sue guerre.

Ma che fare, allora, di fronte a questa realtà e a questa situazione apparentemente immutabili e incontrastabili?

Noi comunisti, oggi come ieri, non possiamo che indicare al proletariato l’alternativa storica della ripresa della lotta di classe, della lotta contro il capitalismo per una società senza mercato e merci, senza salario e profitto, senza la divisione in classi e lo sfruttamento di una minoranza sulla maggioranza del genere umano. Le nostre parole d’ordine sono le parole d’ordine storiche e classiste del proletariato rivoluzionario che lotta per il Comunismo:

 -          Ripresa della solidarietà classista al di sopra di ogni categoria produttiva, di ogni religione, razza e nazione, perseguendo l’unione di tutti i lavoratori (occupati, disoccupati, precari, immigrati, iscritti e non ai sindacati).

-          Riscoperta dell’arma dello sciopero senza preavviso e ad oltranza, praticando il blocco totale della produzione e della circolazione delle merci e non garantendo i servizi pubblici minimi.

-          Ripresa della lotta per ottenere forti aumenti di salario, più consistenti per le categorie peggio pagate; per il salario garantito ai disoccupati e per una drastica riduzione della giornata lavorativa a parità di salario.

-          Difesa intransigente dei nostri interessi di classe e delle nostre condizioni di vita e di lavoro, rifiutando le compatibilità economiche e politiche imposte dal capitale come la difesa dell’economia nazionale e aziendale.

-          Rinascita di organismi classisti di difesa economica immediata indipendenti da qualsiasi Stato ed interesse borghese, rigettando le pratiche e le politiche traditrici e disfattiste degli odierni sindacati.

-          Ripresa, in caso di guerra, del disfattismo rivoluzionario e della fraternizzazione fra i militari degli opposti schieramenti, opponendosi all’intervento militare della propria borghesia in qualsiasi teatro di guerra al di fuori di ogni illusione che il pacifismo possa evitare la guerra.

I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono essere raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l’ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero d’una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare.

PER UN PRIMO MAGGIO DI LOTTA

PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI !

 

 Partito Comunista Internazionale

 

Sede: via Porta di Sotto n.43, Schio (VI) – aperta il sabato dalle ore 16.00 alle 19.00

 

25/04/2007 – Fotocopiato in proprio


     

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 Italia: Via Porta di sotto n° 43 - Schio - Vicenza