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Il 1°
maggio del 1886 migliaia di operai scesero in sciopero a Chicago rivendicando la
riduzione a 8 ore della giornata lavorativa. Essi lottarono per quattro lunghi
giorni, poi la repressione non si fece attendere: alcuni proletari caddero sotto
il fuoco della polizia e molti altri furono arrestati. Cinque di loro, accusati
in un processo manovrato di essere i capi della rivolta, di lì a pochi mesi
furono impiccati alla forca della democratica giustizia americana, cioè del
codice di violenza della classe dominante, sacrificando le proprie vite in uno
scontro in cui a decidere era la forza, non il diritto o la scheda elettorale.
Per ricordare quell’eccidio e i combattenti di quella grandiosa battaglia, e,
soprattutto, a monito della solidarietà di tutti i lavoratori contro il
capitalismo, nel 1889 il movimento proletario internazionale proclamò il Primo
Maggio giornata mondiale di lotta della classe operaia.
Oggi,
in Occidente i lavoratori hanno purtroppo dimenticato il valore di simili
battaglie, smarrendo sempre più la strada della lotta di classe: non si muore
neanche più per difendere o migliorare le proprie condizioni di vita e di
lavoro, ma
si rimane ammazzati a causa delle
tremende condizioni che il capitalismo impone ancora ai salariati. Molti luoghi
di lavoro infatti non sono altro che carnai, sfilettatoi di membra
proletarie, veri e propri macelli di un modo di produzione che si
regge grazie ad un dispiegamento di violenza e di sfruttamento che non ha eguali
nella storia umana. Emblematici sono i dati forniti dall’Oms e dall’Ilo: a
livello mondiale, nel 2005, sono stati
oltre due milioni gli infortuni mortali, 268 milioni gli incidenti non
fatali e 160 milioni i nuovi casi di malattie professionali. Nel 2006
in Italia gli incidenti mortali sul lavoro “certificati” sono stati 1280,
e in questi primi mesi del 2007 sono sempre 4
i morti al giorno. Le statistiche dimostrano inoltre che donne e
extracomunitari sono le categorie di lavoratori più esposte agli infortuni, il
che significa che sono sempre i proletari peggio pagati, più deboli e
ricattabili, a rischiare la pelle con più frequenza. Non a caso, in Italia
all’eccessivo e cronico numero di morti da lavoro corrisponde un salario medio
tra i più bassi in Europa, e che negli ultimi 5 anni è aumentato solamente di
poco più del 10%.
Se ora il governo di “sinistra” sbandiera a
gran voce come se fosse un suo merito il ritorno alla crescita dell’economia
italiana, nessuno ha però il coraggio di dire la verità agli operai, e
cioè che l’attuale “ripresina” è in atto proprio perché la recente
crisi che perdurava dal 2001 è stata pagata dai lavoratori attraverso le
ristrutturazioni, i licenziamenti e le delocalizzazioni senza regole che hanno
dato nuovo respiro ai profitti del padronato, portando ad un massiccio
incremento dello
sfruttamento capitalistico, con i suoi bassi salari e il diffondersi del
precariato della flessibilità e della disoccupazione, con i suoi nuovi tagli
alle pensioni e alla sanità, con l’inesorabile calo del potere d’acquisto.
In questi ultimi anni, più che mai, “grazie” alla carneficina senza fine
delle morti per lavoro, i proletari stanno continuando a pagare questa ripresa
anche con il sangue e la vita! Quale maggiore prevenzione e migliore
informazione, quale maggiore controllo e migliore applicazione delle leggi sulla
sicurezza nei luoghi di lavoro? Non servono a nulla le lacrime di coccodrillo di
politicanti e sindacalisti, quando si vuole nascondere che questa è la
tragica e quotidiana realtà del capitalismo in tutto il mondo!
Per
i padroni d’azienda quelle per la sicurezza e l’igiene sono spese improduttive,
e così
gli inadeguati investimenti nella sicurezza e nell’antinfortunistica non
possono che rispondere alla logica del mercato, secondo cui questi costi,
non generando profitto, sono solamente spese che per il capitalista non
hanno ritorno. Allora ecco che più le condizioni lavorative e salariali sono
precarie e ridotte, più la manodopera è ricattabile e costretta accettare
lavori pericolosi, dai ritmi e dagli orari sfiancanti. Meno la classe operaia è
in grado di far sentire la sua voce, più il capitalismo è messo nelle migliori
condizioni per funzionare a favore del profitto, con un forte risparmio di
capitale costante nella messa in sicurezza dei luoghi di lavoro.
Appare
quindi evidente dai fatti che coinvolgono oggi milioni di proletari sfruttati e
ammazzati dal capitale, che “il migliore dei mondi possibili” decantato
dalla cultura borghese, che il vaso di miele della civiltà capitalistica a cui
lorsignori hanno fatto fare il giro del mondo sotto le bandiere insanguinate
della democrazia e della libertà, è
sempre il solito, vecchio capitalismo assassino. Un modo di produzione che fin
dal suo primo vagito non ha fatto che nutrirsi della vita dei proletari, rispettando in pieno la sua spietata essenza, che consiste nel produrre
sempre di più e a costi sempre minori, ma con un gigantesco e crescente
sperpero di energie e di vite umane.
Operai,
compagni!
Chi può negare che nel corso degli ultimi anni la
borghesia, con l’aiuto diretto dei sindacati tricolore, sta smantellando
giorno dopo giorno tutto ciò che era stato conquistato nei decenni scorsi con
aspre e generose lotte? Come è possibile credere alla folle menzogna che nella
società di mercato il cosiddetto “benessere” continua ad aumentare, visto
che il salario reale ha subito un processo di demolizione pressoché
inarrestabile?
Oggi
tutti noi, oltre a faticare sempre più per arrivare alla fine del mese,
quotidianamente soffriamo anche di una sempre maggiore insicurezza nei luoghi di
lavoro e di un incertezza persistente legata alla possibilità di essere in
qualche modo licenziati. Sono allora, sempre e comunque, le leggi economiche
capitalistiche che s’impongono inesorabili ovunque nel mondo a spingere il
servitorame politico di ogni colore (meglio se mascherato da “difensore” dei
lavoratori e dei più deboli!) a prendere decisioni contro la classe operaia,
nella speranza di garantire la sopravvivenza del sistema. Il guaio è che “abbassare
il costo del lavoro” significa diminuire
il numero dei lavoratori occupati; significa ridurre
il salario, sia quello diretto che quello indiretto (pensioni e
liquidazioni); significa applicare indistintamente la famosa “flessibilità” (ossia lavorare sempre di più con contratti a
termine e malpagati oggi, per restare a casa domani!); significa ricevere
meno per lo stesso lavoro, a seconda dell’area
geografica, dell’età, del sesso, del paese di provenienza; significa
diffondere il criterio del “cottimo”, ovvero il salario legato alla produttività
(l’ideale per il capitalismo!).
Nel
generalizzato peggioramento della condizione dei lavoratori, la
tentata rapina del TFR a favore dei fondi
pensione portata avanti dai governi prima di destra e poi di “sinistra”,
dalla Confindustria assieme alle banche e alle assicurazioni, e dai loro agenti
sindacali in seno alla classe operaia (leggi Cgil-Cisl-Uil), si inserisce in un
chiaro progetto di finanziarizzazione crescente dell’economia, teso alla
ricerca di “nuove” fonti di profitto dopo aver provveduto al progressivo
smantellamento di una garanzia sociale quale la
“pensione pubblica”.
In questo scenario di furto e miseria crescente, i Sindacati Confederali
pressano i lavoratori affinché investano il loro TFR nei fondi pensione di
categoria legati al mercato borsistico. Ma se c’è una cosa certa in questa
operazione da professionisti
dell’opportunismo,
è che in questo autentico furto del salario differito dei proletari, a
guadagnarci veramente sono solo i gestori dei fondi, il padronato e i sindacati
supportati dal governo “amico”. Il tutto accompagnato da un vero e proprio
bombardamento mediatico: 17 sono i
milioni di euro
stanziati dal governo Prodi per la campagna a favore della rapina del TFR!
Compagni,
operai!
In
Italia come in tutto l’Occidente la borghesia, coadiuvata validamente dai
sindacati di Stato e dai partiti di “sinistra”, in questo ormai lungo
periodo di ubriacatura democratica è riuscita a distruggere in noi proletari
ogni barlume di coscienza di classe e quindi ogni memoria delle grandi lotte del
passato per la nostra emancipazione.
Chi ci invita dunque a
“festeggiare” il Primo Maggio, non ci
vuole di certo in piazza o fuori dai cancelli delle aziende a lottare per i
nostri interessi di classe e in difesa delle nostre stesse condizioni di vita e
di lavoro. Ma ci ha già chiesto di accettare senza colpo ferire
l’ennesima Finanziaria “lacrime e sangue” per il “Bene del Paese” e
per la salvaguardia dell’economia nazionale. Ci ha già chiesto di condividere
le
imprese di guerra dell’italico capitalismo straccione, sempre alla ricerca di
“un posto al sole” fra le potenze imperialiste mondiali. Infatti, con il
finanziamento delle missioni militari in Libano e Afghanistan e con la
concessione all’ampliamento delle basi militari Usa in Italia, il pacifismo
guerrafondaio della “sinistra” di governo e dei sindacati ha mostrato
nuovamente la sua vera faccia, e un
domani non troppo lontano ci vorrà ancora schierati per la patria sul fronte di
guerra, contro altri operai mandati al macello dopo essere stati sfruttati come
noi dalla propria borghesia. Chi fa questo, chi vuole continuare a
“festeggiare” il Primo Maggio tra sventolii di bandiere tricolori, concerti
e messe di benedizione, lo fa a suggello
di una vittoria consolidata su noi lavoratori, a difesa del sistema
capitalistico, del suo sfruttamento e dei suoi omicidi nei luoghi di lavoro, dei
suoi Stati armati e delle sue costituzioni, delle sue violenze e delle sue
guerre.
Ma che fare, allora, di fronte
a questa realtà e a questa situazione apparentemente immutabili e
incontrastabili?
Noi comunisti, oggi come ieri,
non possiamo che indicare al proletariato l’alternativa storica della ripresa della lotta di classe, della
lotta contro il capitalismo per una società senza mercato e merci, senza
salario e profitto, senza la divisione in classi e lo sfruttamento di una
minoranza sulla maggioranza del genere umano. Le nostre parole d’ordine sono le
parole d’ordine storiche e classiste del proletariato rivoluzionario che lotta
per il Comunismo:
-
Ripresa della
solidarietà classista
al di sopra di ogni categoria produttiva, di ogni religione, razza e
nazione, perseguendo l’unione di tutti i lavoratori (occupati, disoccupati,
precari, immigrati, iscritti e non ai sindacati).
-
Riscoperta
dell’arma dello sciopero senza preavviso e ad oltranza,
praticando il blocco
totale della produzione e della circolazione delle merci e non garantendo i
servizi pubblici minimi.
-
Ripresa della lotta
per ottenere forti aumenti di salario,
più consistenti per le categorie peggio pagate; per
il salario garantito ai disoccupati e per una drastica riduzione
della giornata lavorativa a parità di salario.
-
Difesa intransigente
dei nostri interessi di classe e delle nostre condizioni di vita e di lavoro,
rifiutando le compatibilità economiche e politiche imposte dal capitale come la
difesa dell’economia nazionale e aziendale.
-
Rinascita di
organismi classisti di difesa economica immediata indipendenti da
qualsiasi Stato ed interesse borghese, rigettando le pratiche e le politiche
traditrici e disfattiste degli odierni sindacati.
-
Ripresa, in caso di guerra, del disfattismo
rivoluzionario e della fraternizzazione fra i militari degli opposti
schieramenti,
opponendosi all’intervento
militare della propria borghesia in qualsiasi teatro di guerra
al di fuori di ogni illusione che il pacifismo possa evitare la guerra.
I comunisti sdegnano
di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che
i loro fini possono essere raggiunti soltanto col rovesciamento violento di
tutto l’ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al
pensiero d’una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi che le
loro catene. Hanno un mondo da guadagnare.
PER UN PRIMO MAGGIO
DI LOTTA
PROLETARI DI TUTTI I
PAESI, UNITEVI !
Partito
Comunista Internazionale
Sede: via Porta di Sotto n.43, Schio (VI) –
aperta il sabato dalle ore 16.00 alle 19.00
25/04/2007 – Fotocopiato in proprio