NO ALLA COLLABORAZIONE COL
PADRONATO PER IL RILANCIO
DELL’ECONOMIA ITALIANA
Noi operai saremmo
spaventati delle nostre proprie condizioni se sapessimo la verità… Perseo usava
un manto di nebbia per inseguire i mostri. Noi operai ci tiriamo la cappa di
nebbia giù sugli occhi e le orecchie, per poter negare l’esistenza dei mostri.
Tutti noi lavoratori oggi fatichiamo sempre di più per
arrivare col nostro salario alla fine del mese, e giorno per giorno ci troviamo
ad assistere inermi all’aumento della precarietà delle nostre condizioni di vita
e dell’insicurezza legata al nostro posto di lavoro. Molte fabbriche infatti
hanno chiuso e stanno chiudendo in Italia come anche in Veneto, dove il
propagandato “modello-Nordest” basato sui bassi salari drogati dagli
straordinari e sul supersfruttamento della forza lavoro sta vedendo
progressivamente le sue “fortune” ridimensionarsi. A sentire i sindacati, se in
Italia i posti di lavoro a rischio nell’industria sono quasi 500 mila, in Veneto
i lavoratori attualmente coinvolti nelle crisi aziendali sono 16.500, di cui
4.500 nella sola provincia di Vicenza. Tutti coloro i quali invece hanno la
fortuna di lavorare e non devono ancora fare i conti con la cassa integrazione
o, peggio, con la mobilità e la disoccupazione, sono costretti ad accettare il
peggioramento delle loro condizioni lavorative e materiali (una sempre maggiore
dose di flessibilità, di precariato e di contenimento salariale), mentre a ciò
va ad aggiungersi un’altra fonte di incertezza e cioè il calo inesorabile del
potere d’acquisto. Questo è purtroppo l’esoso prezzo che i proletari pagano per
essere “competitivi” sul mercato del lavoro!
Partiti di
sinistra e sindacati a braccetto con Confindustria gridano oggi in coro che la
colpa di questa situazione è del governo Berlusconi. Ma in verità solo
apparentemente i politici di sinistra sembrano avere posizioni contrapposte
rispetto a quelli di destra, e anche se nella farsa dei litigiosi dibattiti
televisivi mostrano di essere in perenne contrasto fra loro, nella sostanza
invece, quando si devono adottare provvedimenti per difendere le imprese e
rilanciare l’economia nazionale, per risanare i conti pubblici, per accrescere
la “competitività del sistema-Italia” (questa sirena sifilitica che purtroppo
continua a infettare le menti della classe operaia!), sono tutti d’accordo nel
mettere in atto quelle misure che storicamente sono sempre andate a colpire gli
interessi dei lavoratori. Il corollario a queste misure è poi la campagna
martellante di tutte organizzazioni politiche e sindacali per la salvaguardia
della democrazia e dell’ordine capitalistico su cui essa saldamente si fonda.
Democrazia che non deve essere assolutamente vilipesa da scioperi e da lotte
rivendicative (queste sovversive insubordinazioni che violano la sacra pace
sociale e l’ordine costituito del capitale!), perché la democrazia prevede che
le richieste della classe proletaria vengano sempre subordinate al Bene Supremo
del Paese: la sua economia e le sue imprese. E così accade che padroni, manager
sindacali e papaveri di governo, seduti su comode poltrone al tavolo della
trattativa e col buffet pronto per brindare al trionfo della concertazione,
sacrifichino sull’altare della democrazia e dell’economia nazionale gli
interessi del proletariato.
Operai, compagni!
Ma da dove viene
allora la crisi? Questa crisi non viene come vogliono farci credere da errori di
gestione delle imprese, dalla scarsa innovazione dei prodotti, dalla bassa
produttività delle aziende, dal costo del lavoro troppo elevato, e chi più ne ha
più ne metta. La causa di questa crisi, iniziata già nel 2000 con lo scoppio in
borsa della bolla speculativa sui titoli tecnologici e quindi prima ancora
dell’11 settembre 2001, non ha niente a che vedere col terrorismo in generale e
tanto meno col terrorismo “islamico” come vorrebbe farci credere la Casa Bianca,
che continua invece ad insistere sulla necessità della lotta al terrorismo
internazionale perché fonte di instabilità e di insicurezza politica e
soprattutto economica. Questa crisi nasce dalle profonde contraddizioni interne
al sistema capitalistico, già con ampiezza descritte e spiegate dal marxismo, e
la cui causa principale è l’immensa e cronica sovrapproduzione di merci e di
capitali che ciclicamente intasa i mercati fino alla loro saturazione.
Dato
che l’industria di ogni paese produce per il mercato internazionale oltre che
per quello interno, la politica economica di ogni paese è di tendere a scambi su
grandissima scala con i prodotti degli altri paesi, ove questi sono
complementari dei propri, e ovviamente a concorrenza libera sugli stessi mercati
ove i prodotti sono similari. E’ chiaro che secondo la teoria liberista, se lo
Stato può intervenire sul mercato interno frenando e magari invertendo l’effetto
della concorrenza libera, nessuno è presente e in grado di fare tanto sul
mercato internazionale, ove la legge degli equivalenti trionferà (ovvero, a
parità di merce vince quella che ha il valore più basso). Ed è chiaro che su
tale piede di concorrenza non si può che lottare per produrre in eccesso e a
costi più bassi.
In questi ultimi
dieci anni le forze produttive dell’Asia (con i suoi 3,8 miliardi di abitanti e
con in testa la Cina) hanno riversato e continuano a riversare con sempre
maggiore intensità sul mercato internazionale quantità enormi di merci a basso
prezzo, rispettando però in pieno la naturale essenza del capitalismo e del suo
sviluppo che consiste nel produrre sempre di più e a costi sempre più bassi. In
questo modo gli stati capitalistici occidentali, Italietta compresa, si vedono
progressivamente erodere le relative quote del mercato internazionale,
assistendo nel contempo al veloce calo dei loro profitti.
Per opporsi a
questa inevitabile caduta dei profitti e alla diminuzione della competitività
delle imprese, alle varie borghesie d’Occidente non resta che attuare le solite
misure governative tese a danneggiare i lavoratori e a favorire il sistema
aziendale nazionale da cui la propria economia dipende. Si procede così
“legislativamente” alla compressione dei salari, all’incremento dei ritmi di
produzione e della flessibilità, all’estensione della precarizzazione dei
rapporti di lavoro, al taglio dello stato sociale e alla conseguente riduzione
delle tutele sanitarie e previdenziali. E quando neppure questo basta, capita
quello che stiamo vivendo sulla nostra pelle: gli industriali ristrutturano le
loro aziende o chiudono gli stabilimenti in casa propria, per trasferire le loro
produzioni nei paesi “emergenti” allo scopo di ridurne i costi. Ne derivano i
conseguenti licenziamenti di massa, e quel meccanismo che in patria aveva
portato allo sviluppo e allo sfruttamento di un determinato numero di salariati
divenuti ad un tratto poco “remunerativi” per il padronato, viene in breve
esportato dove sono presenti migliori condizioni per lo sfruttamento di “nuovi”
proletari in grado di garantire margini di profitto ben più alti rispetto a
prima. Non si esporta quindi solo la democrazia, ma pure il “civile”
sfruttamento.
Proletari,
compagni!
Non dobbiamo
assolutamente cadere nella trappola della collaborazione tra padroni, sindacati
venduti al capitale e forze politiche di destra e di sinistra, per il
salvataggio dell’economia nazionale in declino e per il rilancio delle aziende
in crisi e del “made in Italy”. Non dobbiamo accettare di farci coinvolgere dai
vari tirapiedi dell’industria nazionale nella “sfida” alla concorrenza contro le
merci cinesi, indiane, est-europee, ecc. Non dobbiamo neppure partecipare alle
stolte raccolte di firme promosse dalle associazioni imprenditoriali e dalle
istituzioni locali, allo scopo di fare pressione sul governo perché intervenga
per salvaguardare le merci italiane (cosa che è stata fatta ultimamente per il
settore tessile). E inoltre, non dobbiamo assecondare gli insulsi slogan di
certe frange politiche che, per sviare il malcontento della classe operaia ed
accattivarsi il consenso della piccola borghesia terrorizzata dalla crisi,
insinuano con sempre maggior insistenza che la causa dell’attuale recessione è
la presunta concorrenza sleale praticata da alcuni paesi o che per migliorare la
situazione sociale ed economica interna bisogna prendersela coi lavoratori
immigrati, meglio se musulmani e clandestini.
Se accogliamo
invece questi inviti a mobilitarci per obiettivi chiaramente non nostri e per
tutelare gli interessi di chi continua a sfruttarci, e se accettiamo di
schierarci al fianco della classe padronale in difesa delle sue merci, ciò
significa che realizziamo già, senza rendercene conto, il primo passo verso un
futuro ma vicino inquadramento militare che ci porterà a combattere contro gli
operai di altri paesi concorrenti (il I° e II° conflitto mondiale ci insegnano
che dalla guerra commerciale alla guerra guerreggiata la strada è breve!),
contribuendo col nostro sangue e col sacrificio delle nostre vite all’estremo
tentativo che ogni borghesia nazionale compie per non soccombere alle altre
borghesie. Il patriottismo e la difesa delle produzioni nazionali sono dunque il
peggior terreno su cui può scivolare la classe lavoratrice: ciò vuol dire
prolungare in tempo di pace la bastarda alleanza tra sfruttati e sfruttatori,
foriera in tempo di guerra del massacro di milioni di proletari e della
preservazione del sistema del profitto che prima sfrutta e poi manda al macello
i suoi schiavi.
Compagni operai!
Che fare, allora?
Quali i nostri interessi esclusivi da difendere, quali i nostri obiettivi, quali
i metodi per raggiungerli? Oltre al rifiuto dell’illusorio e letale metodo
democratico del voto, spuntatissima arma che pretende di cambiare la situazione
e di migliorare la nostra condizione di salariati “mandando a casa”, a colpi di
scheda elettorale, il “responsabile politico” di turno destro o sinistro che
sia, dobbiamo fermamente opporci alla collaborazione, all’inerzia e al
disfattismo di questi sindacati che, invece di difendere i nostri interessi e di
indicarci metodi di lotta intransigenti ed efficaci, ci coinvolgono in sterili
scioperi patriottici contro il declino dell’industria italiana e per il rilancio
dell’economia nazionale. In questa prospettiva, la nostra azione di classe deve
tornare ad essere autonoma dai tornaconti borghesi e mirare unicamente alla
lotta per il miglioramento delle nostre condizioni di vita e di lavoro, che
stanno ulteriormente peggiorando proprio a causa della gestione traditrice e del
serrato controllo esercitati a danno dei lavoratori dalle organizzazioni
confederali su mandato delle forze politiche ed economiche nazionali da cui
dipendono.
La nostra forza di
classe per imporre i nostri obiettivi e difendere i nostri interessi è nulla se
non ritroviamo unità e organizzazione attorno a delle rivendicazioni immediate,
che ci spingano dalle mobilitazioni di retroguardia finora intraprese al fianco
degli odierni sindacati ad una intransigente lotta di avanguardia per ottenere
reali conquiste non più compatibili con presunti interessi ritenuti superiori
ai nostri (l’economia nazionale e aziendale, la democrazia, la lotta al
terrorismo, ecc.). Rivendicazioni immediate legate a parole d’ordine classiste e
storiche appartenenti alla tradizione del movimento operaio mondiale:
-
Forti aumenti salariali
(di almeno 200 euro netti), più forti per le categorie peggio retribuite.
-
Salario integrale
ai proletari che
perdono il posto di lavoro.
-
Riduzione generalizzata dell’orario di lavoro
(settimana lavorativa di 30 ore).
Ma questa lotta basata sulla nostra unità e sulla nostra
organizzazione autonoma, e attorno a queste rivendicazioni, deve essere
assolutamente condotta al di sopra delle categorie, rompendo l’isolamento delle
lotte gestite fabbrica per fabbrica, e tornando ad utilizzare in modo combattivo
l’arma dello sciopero senza preavviso e ad oltranza, senza divisioni
politiche, religiose e di nazionalità. Perseguiamo inoltre l’unione e la
solidarietà di tutti i lavoratori: occupati, disoccupati, precari e immigrati.
Dunque, al richiamo di sindacalisti politicanti e
padroni per il rilancio dell’industria Italiana rispondiamo con la difesa dei
nostri interessi e con l’impiego dei nostri metodi di lotta, non dimenticando il
nostro storico proclama:
“I
PROLETARI NON HANNO PATRIA, NON HANNO DA PERDERE CHE LE LORO CATENE E HANNO UN
MONDO DA GUADAGNARE!”
Partito Comunista Internazionale
Sede: via
Porta di Sotto n.43, Schio (VI) – aperta il sabato dalle ore 16.00 alle 19.00
19/03/2005 –
Fotocopiato in proprio
30/04/2004 – Fotocopiato in proprio
nella Sezione di Schio