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NESSUNA LOTTA
DEI LAVORATORI E’ COMPATIBILE CON INTERESSI CHE NON SIANO DI
CLASSE !
E’ con questo ennesimo sciopero
generale di 4 ore, indetto dalla triade Cgil-Cisl-Uil con la solita
modalità disfattista, che prosegue la tragica farsa messa in scena
dai confederali ai danni dei lavoratori, in un momento in cui la
classe operaia - data per estinta da molti, ma viva e vegeta e ben
numerosa quando si tratta di spremerla per il “bene” del Paese -
dovrebbe invece essere chiamata ad unirsi e organizzarsi per
contrastare l’offensiva padronale tesa a peggiorarne sempre più
le condizioni di vita e di lavoro.
Ma ciò non ci
deve stupire: abbiamo infatti di fronte dei sindacati che da decenni
sono perfettamente integrati nello stato come degli enti pubblici e
che alla difesa degli interessi del proletariato prediligono in
ossequio alla democrazia la salvaguardia dell’economia nazionale,
perché è proprio al capitalismo italiano e agli interessi delle
sue imprese che, alla stregua di tutti i politicanti di Montecitorio,
i manager sindacali alla fin fine devono render conto. Ecco allora
come si spiegano lunghi anni di riforme del mercato del lavoro, di
politiche di moderazione salariale, di manovre per tagliare lo stato
sociale (abolizione della scala mobile, accordo del luglio ’93,
riforma Dini delle pensioni, patto Treu, patto per l’Italia,
ecc.), sottoscritte da questi sindacati senza opporre troppi veti a
padroni e a destre o sinistre di governo, sacrificando in tal modo
gli interessi operai sull’altare della competitività dell’Italietta
nell’arena dell’economia internazionale. Economia che nel suo
versante occidentale soffre oggi di una grave stagnazione, il che
costringe le singole borghesie nazionali - in misura maggiore quelle
di “vecchio” capitalismo - ad approfondire il continuo attacco
alla classe operaia, mentre la concorrenza dei “giovani”
capitalismi, soprattutto asiatici, ne minaccia quote di mercato e
profitti. I vari governi - di Europa e Usa specialmente –
provvedono ad inasprire così il taglio dei costi sociali (salari,
ammortizzatori sociali, sanità, previdenza) e il peggioramento
della condizione generale dei lavoratori (estensione del precariato
e della flessibilità, incremento dei ritmi produttivi, aumento
della disoccupazione, ecc.), diffondendo sempre più miseria,
incertezza e insicurezza.
Ma la realtà
economica e sociale densa di contraddizioni e squilibri che stiamo
vivendo a livello mondiale, è il risultato di una profonda e
persistente crisi di sovrapproduzione capitalistica che con la sua
folle anarchia produttiva intasa di merci i mercati del pianeta,
acuisce la scontro commerciale e amplifica i contrasti economici e
politici tra imperialismi concorrenti. Dalla guerra commerciale alla
guerra guerreggiata il passo è breve: è infatti la dinamica stessa
del capitalismo che conduce alla guerra, intesa come soluzione
estrema alle sue crisi ricorrenti. Non è forse una guerra
mascherata “la lotta al terrorismo internazionale” capeggiata
dagli Stati Uniti post 11 settembre, e che oggi viene contrabbandata
come “lotta della democrazia contro la minaccia globale del
terrore”? Con lo stato di guerra che si è venuto a instaurare, la
propaganda bellica a favore della campagna anti-terrorismo da un
lato, e la protesta pacifista contro la guerra “democratica”
guidata dagli Usa dall’altro lato, sono due modi apparentemente
contrapposti per continuare ad ingannare i proletari sfruttati e
massacrati dal sistema del profitto, in tempo di pace come in tempo
di guerra.
Proletari,
compagni!
A tale scenario di crisi e di guerra e al conseguente e progressivo
attacco alla classe operaia condotto su tutti i piani, non ci si può
più opporre accettando i metodi di mobilitazione e gli obiettivi di
lotta che questi sindacati venduti al capitale portano avanti nel
sacro rispetto delle regole democratiche, della pace sociale e della
salvaguardia dell’economia nazionale. Per i lavoratori non è
assolutamente possibile difendere realmente il salario e le garanzie
sociali come la pensione, ammettendo allo stesso tempo di
condividere l’interesse del capitalismo italiano a preservare i
profitti padronali minacciati dalla concorrenza estera e dal
declassamento “dell’azienda Italia”. L’apparato sindacale
invece gioca su questo equivoco, confermando il suo ruolo di
strumento di controllo dei conflitti sociali a vantaggio della
democrazia borghese e quindi del capitale, e cercando inoltre di
accrescere il proprio peso di valido interlocutore di governo e
padroni al tavolo delle trattative economiche e delle riforme
(contratti nazionali territoriali e aziendali, mercato del lavoro e
legge Biagi, gestione del TFR e fondi pensione). In questo senso i
confederali hanno tutto l’interesse a svilire le rivendicazioni e
a sterilizzare le iniziative di lotta degli operai, subordinandole
al “bene” supremo di compatibilità democratiche, quali: lo
sviluppo dell’economia nazionale contro il suo declino; la lotta a
qualsiasi tipo di terrorismo internazionale o locale; il supporto a
ogni sorta di pacifismo contro la guerra. A queste condizioni
l’autonomia e la forza di qualsiasi lotta del proletariato vengono
svendute in cambio di una pacifica accettazione di questa società,
basata sul profitto e sulla schiavitù dei salariati.
Compagni, operai!
Il problema reale per noi lavoratori è oggi quello di riuscire a dare
una svolta classista alle iniziative promosse dai sindacati,
prospettiva che ci permetterebbe di uscire dal vicolo cieco della
lotta di retroguardia a cui ci costringono i bonzi sindacali, e che
purtroppo rende sempre più insicure e parziali le nostre conquiste
del passato (ne è un esempio, la recente intenzione espressa dal
governo di metter mano all’intero Statuto dei lavoratori). Ma la
strada che apre la via a questa prospettiva è la più difficile da
intraprendere in una fase come questa di grave frammentazione e
disorientamento del movimento operaio. Innanzitutto, dobbiamo
riappropriarci dello sciopero con le sue modalità e con i suoi
contenuti di classe, unica arma che ci permette di pesare sulla
bilancia dei reali rapporti di forza. Dobbiamo inoltre sottrarne
l’uso e il controllo alle burocrazie sindacali, che l’utilizzano
sia per l’esclusiva difesa del loro potere di fronte ai governi,
sia per schierarsi con l’una o l’altra delle fazioni della
borghesia nazionale in appoggio o in opposizione, quindi, alle
diverse compagini governative: e purtroppo queste cose non hanno
nulla a che vedere con la difesa degli interessi di classe. Lo
sciopero deve dunque essere senza preavviso, senza limiti di
tempo e senza alcuna divisione, e deve tornare alla sua funzione
originaria di azione che reca un danno economico reale alla
controparte, in modo da indurla a cedere sui motivi della lotta (a
questo proposito, la lotta degli autoferrotramvieri ci ha fornito
una dimostrazione concreta di come la classe debba muoversi per
perseguire i propri interessi). Ma una volta ribaditi i metodi e i
mezzi di lotta, non possiamo dimenticare che l’unità, il
numero e quindi la forza dei proletari si
costruiscono attorno a degli obiettivi comuni e unificanti,
rivendicando:
q Forti aumenti
salariali che
coprano abbondantemente il rincaro del costo della vita, a favore di
tutte le categorie e a maggior ragione di quelle peggio retribuite.
q Riduzione reale
dell’orario di lavoro a parità di salario
e abbassamento dei limiti d’età per l’ottenimento del
trattamento pensionistico, andando ad accorciare in tal modo la vita
lavorativa media.
Questa deve
essere, insomma, la nostra alternativa di lotta all’odierna società
del cosiddetto “benessere” e del “migliore dei mondi
possibili”, che continua a riservarci crisi e guerre e che non
riesce più a garantire le nostre più elementari condizioni di vita
e di lavoro.
La realtà
ci dimostra sempre più che all’insanabile contrasto di interessi
fra capitale e lavoro, ci si oppone solamente con la lotta
centralizzata e organizzata, rompendo con le logiche
collaborazioniste di questi sindacati,
rigettando l’appoggio alla borghesia e rifiutando ogni
compromesso per la difesa degli interessi dell’economia aziendale
e nazionale.
Alla
solidarietà nazionale rispondiamo con la solidarietà di classe e
con la lotta aperta al padronato e ai suoi complici! Con i nostri
metodi di lotta, con le nostre parole d’ordine e con la nostra
unità!
Partito
Comunista Internazionale
Sede: via Cristoforo
Magrè n°105, Schio (VI) -
aperta il sabato dalle ore 16,00 alle ore 19,00
26/03/2004
– Fotocopiato in proprio nella Sezione di Schio
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