DAL MOLIN: DA CHE PARTE STARE
Proletari!
Sulla vicenda relativa all’areoporto Dal Molin di Vicenza, noi comunisti
abbiamo le nostre classiche posizioni di sempre: infatti sul militarismo, il
pacifismo e l’antiamericanismo, non condividiamo nulla di quanto detto e
scritto finora, soprattutto da quanti oggi si dicono “contro”.
Per gli Stati Uniti, la saldatura fra i capitali "islamici" e quelli
dell'Europa e dell’Asia (Giappone, Cina, India, ecc.), cioè dei paesi loro
concorrenti sul piano industriale e finanziario, sarebbe una catastrofe. Oggi
questi paesi pagano un pesante tributo alla rendita petrolifera, ma non
beneficiano di capitali di ritorno come è successo finora a USA e Inghilterra.
Il controllo dei flussi petroliferi è perciò un'arma potentissima contro i
concorrenti. Il gendarme di Washington ha così dominato il mondo rendendoselo
nemico e, se dovesse mostrare debolezze, sarebbe spazzato via. Non di certo da
una guerra diretta, che per ora nessuno gli può muovere, ma dalla
semplice situazione politico-economica che sta maturando.
Gli Stati Uniti sono dunque costretti ad attaccare per ragioni vitali.
"Terrorismo" e "paesi canaglia" sono solo propaganda da cowboys della
“democrazia da esportazione”. Ecco perché scaturiscono teorie di guerra
preventiva globale. I preparativi per una vasta campagna politico-militare,
dopo l’Afghanistan e l'Iraq, mirano a conservare l’odierno sistema di
equilibri, a garantire alla borghesia americana il controllo del processo
sempre più spinto di “globalizzazione”, e a cercare di subordinare all'interno
di questo quadro, volenti o nolenti, le altre potenze capitalistiche mondiali.
La questione dell’allargamento della presenza militare americana in Italia
deve essere allora inquadrata nel contesto dell’approfondirsi dei contrasti
interimperialistici oggi in atto, determinati a loro volta dall’incancrenirsi
della crisi economica internazionale. Lo sbocco necessario di quest’ultima -
in assenza della Rivoluzione proletaria internazionale - è infatti la
Terza Guerra Mondiale, unico mezzo per rianimare il ciclo del profitto
grazie alla distruzione su vasta scala di capitale costante (mezzi di
produzione) e di capitale variabile (forza-lavoro). Gli Stati Uniti, ormai col
fiato dei concorrenti sul collo – e, per quanto ci riguarda, anzitutto dell’Unione
Europea - non possono che reagire con un interventismo militare sempre più
spinto su tutti i fronti sensibili, utilizzando anche nel modo più efficace e
spregiudicato quel vero e proprio ponte geopolitico tra l’Europa, il Medio
Oriente e il Nord Africa, che è rappresentato dalla penisola italica.
Ora, il governo di “sinistra” afferma di aver ereditato dal precedente governo
di “destra” la decisione di concedere agli USA il Dal Molin per trasformarlo
nella seconda base militare yankee presente a Vicenza. E questo già la dice
lunga sulla presunta opposizione tra “destri” e “sinistri”. Ma il fatto è che
anche il governo Berlusconi aveva a sua volta ereditato una decisione maturata
da ben sette anni nelle viscere opportunistiche del capitalismo italiano, come
risulta evidente dalle vicissitudini della guerra nei Balcani: l’interventismo
tricolore accanto agli USA fu infatti espressione della sinistra
socialdemocrazia targata D’Alema. Così il capitalismo italiano, se è ancora
indeciso se aderire in via definitiva (si fa per dire…) al partito europeo o
al partito americano, è intanto ben deciso però a trarre profitto dalle
occasioni economico-militari che via via gli si presentano. Gli affari sono
affari … E i burattini, di qualsiasi colore essi siano, si
avvicendano sul palcoscenico della “grande politica” parlamentare, ma il
burattinaio e cioè il centro di accumulazione capitalistica nazionale - con
buona pace dei gonzi pronti a correre alle urne per “cambiare le cose”
- è sempre quello!
Allora, se dopo l’Iraq le truppe americane non trovano più in Germania un
terreno “favorevole” alla loro permanenza, l’italico imperialismo straccione,
che ha sempre perseguito la conquista - in tutte le fasi del suo dominio
(liberale, fascista, repubblicano) - del tanto agognato “posto al sole”
accanto alle grandi potenze, per il momento dà loro il benvenuto, riservandosi
naturalmente la possibilità di fare domani o dopodomani, se avrà qualcosa da
guadagnarci, lo sgambetto agli ospiti accolti oggi con tanto favore (come
nelle due ultime guerre mondiali: gli amici sono poi diventati i nemici!).
Proletari!
La nostra classe non ha ancora trovato la forza di scrollarsi di dosso un
torpore che dura ormai da più di ottant’anni, e quindi è ancora ben lontana
dal possedere il senso e la direzione del proprio percorso storico, un
percorso di cui l’antimilitarismo proletario è parte integrante. Non
stupisce quindi che altre forze sociali e politiche occupino oggi il proscenio
e diano la loro impronta al movimento di protesta contro il raddoppio della
presenza militare USA a Vicenza. Non sorprende affatto anche la posizione dei
sindacati tricolori, che non si discosta da quella del governo e che si
preoccupa di tenere comunque legati i lavoratori al carro della borghesia,
ovviamente fuori da ogni prospettiva di lotta di classe autonoma.
In questa situazione, è evidente che il movimento di protesta che si è levato
contro la concessione del Dal Molin agli americani deve essere disertato
dai comunisti e da tutti i proletari coscienti, e cioè da quei proletari
decisi a non trasformarsi in una partigianeria a servizio dell’uno o
dell’altro schieramento imperialista. Noi comunisti dobbiamo tuttavia portare
una parola di chiarificazione e di netta demarcazione politica dall’esterno
di tale movimento, come era corretto fare nel 1983 in occasione della protesta
contro i missili americani a Comiso. Una parola che indichi nella
mobilitazione contro le imprese militari italiane la reale alternativa ai
movimenti a sfondo nazionalista da cui noi ci dissociamo con fermezza. E
questo non solo per il carattere apertamente interclassista di entrambi gli
schieramenti “pro e contro”, e per il carattere “trasversale” che
contraddistingue a maggior ragione il cosiddetto “comitato del no”,
costituito da no-global, rifondatori “comunisti”, suore, boy scout, leghisti
atipici e fascisti “puri e duri”, ma anche e soprattutto per due
fondamentali motivi:
1)
perché si tratta di un movimento che dietro l’apparenza di un pacifismo
melenso ed imbelle, nasconde la vocazione alla difesa integrale ed
intransigente degli interessi della borghesia nazionale italiana,
che verrebbero oggi sacrificati da un governo succube dell’odiato straniero a
stelle e strisce; tanto è vero che nessuna voce di protesta contro le basi
militari italiane si è mai levata nemmeno da parte della cosiddetta “sinistra
radicale”, assistiamo anzi allo spettacolo di un Bertinotti che si fa paladino
della forza militare integrata europea. Il proletariato invece non ha nulla a
che spartire con simili parole d’ordine, perché la sua consegna specifica -
diametralmente opposta a quelle ascoltate sinora - afferma senza mezzi termini
che il nemico principale è nel proprio paese, a chiunque si allei e di
chiunque sia o appaia succubo il governo di turno.
2)
perché è un movimento che solleva la bandiera reazionaria del
decentramento democratico e referendario, che è poi l’espressione del più
becero localismo: dietro la retorica piccolo-borghese della difesa del proprio
verde orticello minacciato dal rombo dei B-52, contro i quali si vorrebbero
mobilitare tutte le sacre icone delle autonomie locali - dal Comune fino ai
Comitati di circoscrizione e di quartiere -, si nasconde infatti la realtà di
un’oppressione sociale e militarista che quanto più è democratica e decentrata
tanto più è ferrea ed inesorabile, come l’esempio del “poliziotto di
quartiere” illustra nel modo più evidente. Più democrazia significa più
militarismo, e questo sono proprio i “campioni” della democrazia americana
ad insegnarcelo!
Nel frattempo, cento milioni di lavoratori statunitensi sono sempre più
schiavizzati da un capitalismo infame e senza briglie, militarista fino al
midollo. Chi "dimentica" i proletari di ogni paese, avanzato o meno; chi si
getta in romantiche difese di indistinti "popoli oppressi" o, peggio che mai,
di borghesie retrograde; chi non si rende conto che l'esercito fondamentale
per la sconfitta dell'imperialismo planetario è il proletariato
internazionale con quello americano in prima fila; chi si offre come
partigiano per uno degli schieramenti borghesi in guerra è inequivocabilmente
fuori dal campo comunista rivoluzionario.
In ogni caso qui la consegna è: non tradire. Occorre almeno
lottare contro il coinvolgimento dei proletari in una partigianeria per l'uno
o per l'altro fronte borghese, sia esso americano, europeo o islamico, e non
illudersi che il pacifismo possa evitare la guerra.
Contro la guerra tra Stati, non
pacifismo ipocrita e imbelle, ma guerra di classe!
Contro l’antiamericanismo piccolo-borghese e nazionalista!
Per la rinascita dell’antimilitarismo proletario!
Il nemico principale dei proletari italiani ed europei è il militarismo
italiano ed europeo!
Partito Comunista Internazionale
Sede (aperta il sabato dalle ore 16.00 alle 19.00): via Porta di Sotto n°43,
Schio (VI)
3/02/2007 – Fotocopiato in proprio
Supplemento alla Rivista “Sul filo rosso del tempo”
numero unico - gennaio 2007