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P R I M O M A G G I O 2 0 0
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A l z a r e l a t e s t a !
Una crisi cronica e strutturale giunta al suo punto più
alto scuote oggi le fondamenta del sistema capitalistico mondiale. Sono bastati
pochi mesi di crolli finanziari e produttivi per demolire le “certezze della
crescita illimitata, del benessere, della prosperità e del progresso”, ovvero le
chimere propagandate per decenni come eterne dall’ideologia dominante. Ora però
nel “migliore dei mondi possibile” a dominare è l’incertezza più completa:
nel mare in tempesta si naviga a vista e si spera nel rapido ritorno del “bel
tempo”, ma la barcaccia capitalista è piena zeppa di falle e ciò per i
lavoratori non può che significare ulteriore precarietà, disoccupazione e
miseria dilaganti.
Questa non è una “crisi di fiducia” o semplicemente una
crisi finanziaria, non è dovuta a padroni incapaci, a politici corrotti, a
manager e banchieri furfanti, o alla mancanza di regole e di controlli dei
mercati, ma è la classica crisi capitalistica di sovrapproduzione di merci e
di capitali. Ciò vuol dire che troppo si produce, troppo si costruisce,
troppo si investe, non per l’immediato ed umano soddisfacimento dei bisogni
sociali, ma per la valorizzazione del capitale mediante la realizzazione del
profitto. A caratterizzare il capitalismo e le sue crisi non è la scarsità o la
mancanza di merci e di capitali, ma al contrario è la loro stessa sovrabbondanza
ad incepparne il funzionamento. E’ il vulcano della produzione che ad un
dato punto non può che spegnersi nella palude del mercato.
Come le crisi, anche la disoccupazione è un’altra costante
cronica del capitalismo. I lavoratori, ossia la forza-lavoro, sono una merce
come tutte le altre, soggetta a tutte le vicende della concorrenza e a tutte le
oscillazioni del mercato. In tempi di crisi, quindi, alla sovrapproduzione di
merci corrisponde anche una crescente “sovrapproduzione di operai”, che non è
altro che sovrappopolazione operaia generata dall’immenso e continuo
sviluppo delle forze produttive. Più è numerosa la massa dei disoccupati, più
marcata è la concorrenza di questi sugli occupati in termini di generale
peggioramento delle condizioni salariali e lavorative. Ma esistono anche i
lavoratori precari o “atipici”, che in Italia sono ormai 4 milioni e che,
assieme ai 3 milioni di lavoratori in nero, costituiscono una paurosa massa
concorrenziale che grava sui lavoratori a tempo indeterminato. Si capisce allora
perché i salari italiani sono fra i più bassi in Europa. Se il lavoro salariato
è una merce, ai padroni fa sempre comodo pagarla il meno possibile.
La crisi dà perciò ai capitalisti non solo la necessità ma
anche la possibilità di colpire ulteriormente i lavoratori: con il
ricatto dei licenziamenti e della disoccupazione, è più facile abbassare ancora
il salario ed aumentare nello stesso tempo lo sfruttamento, che loro chiamano
produttività. Ma questo non lo fanno da soli: hanno il continuo bisogno del loro
servile personale politico e sindacale.
Un prezzo alla crisi è già stato pesantemente pagato dalla
classe operaia: ai salari da fame e all’incertezza occupazionale va sommata la
vertiginosa perdita della sua forza e del suo peso sociale. Il suo
progressivo indebolimento, a causa della sua mancanza di indipendenza come
classe, è stato così il frutto delle continue concessioni al padronato
subite sul campo contrattuale in tutti questi decenni di collaborazione e di
svendita degli interessi operai da parte dei sindacati di regime. Nessuna difesa
veramente efficace sarà dunque possibile fintantoché l’iniziativa e la lotta dei
lavoratori non sarà autonoma dalla politica dei partiti e dei sindacati
borghesi.
Proletari!
Cedere alla paura e al disorientamento, alla rassegnazione
e al fatalismo, all’individualismo e al “si salvi chi può”, vuol dire subire
in silenzio e a testa bassa la crisi come se fosse una calamità
naturale dalle conseguenze ineluttabili. Vuol dire accettare passivamente
la cassa integrazione, le riduzioni salariali, i licenziamenti e la
disoccupazione oggi, la precarietà e il continuo peggioramento delle nostre
condizioni di vita e di lavoro domani, cullandosi nella vana illusione che dopo
questo uragano vi possa essere un ritorno al passato. Vuol dire insomma
suicidarsi, disertare il terreno della difesa dei nostri interessi di salariati
per immolarci ancora una volta per gli interessi delle aziende e delle banche.
Significa pagare senza fiatare il prezzo esoso della loro “soluzione”
alla crisi, finanziare l’indebitamento del loro Stato per salvare profitti e
mercati, rafforzare il loro potere economico e politico e quindi sottoscrivere
lo sfruttamento crescente delle nostre vite e del nostro lavoro.
Non possiamo illuderci: se non riusciremo a reagire,
il futuro apparterrà ancora alla violenza capitalistica e alla sua estrema
soluzione della crisi, rappresentata dalla guerra mondiale. Ma a tutto questo
c’è un’alternativa che metta in discussione la strada d’uscita dalla crisi che
padroni, politicanti, sindacalisti ed esperti, al di là di apparenti divergenze,
oggi ci vogliono far percorrere?
L’unica alternativa consiste innanzitutto nel rigettare le
politiche di collaborazione e di unità di interessi coi padroni e col loro
Stato. Il futuro della classe e delle sue condizioni di vita e di lavoro è
subordinato al fatto che essa torni ad imbracciare le proprie armi di lotta e
a combattere in difesa dei propri esclusivi interessi, riprendendo il filo
interrotto dell’azione di difesa economica e dell’associazionismo operaio.
Preservare le nostre condizioni materiali di vita: è questo il primo
obbiettivo che la crisi porrà all’ordine del giorno e per il quale noi possiamo
e dobbiamo combattere in quella che si presenta, sempre più apertamente, come
una guerra di classe contro un potere padronale e statale che tenta di
scaricare i costi sociali della crisi sui proletari, spacciando per “interesse
generale e comune” i ristretti interessi della borghesia.
La classe operaia non può difendersi oggi ed emanciparsi un
domani difendendo l’economia nazionale: cosa che equivale ad allearsi in ogni
paese con la propria borghesia, abbracciando il nazionalismo guerrafondaio
contro le borghesie concorrenti e soprattutto contro i rispettivi fratelli di
classe. Al contrario, essa può attendersi salvezza soltanto ingaggiando una
lotta aperta che infranga finalmente la cappa sindacale e politica sotto cui
è stata imprigionata, ricostruendo la coscienza della propria forza sociale
almeno in una sua parte anche minoritaria.
Cominciamo dunque a
batterci in uno scontro quotidiano contro tutti i sabotatori professionali delle
nostre lotte, a partire da quelle più limitate per un salario meno misero, per
una giornata di lavoro meno massacrante, per un “sussidio di disoccupazione” che
non equivalga ad una condanna alla povertà. E’ una battaglia contro coloro che
vogliono impedire a noi lavoratori di fare un “salto di qualità”, passando da
lotte economiche isolate e puramente difensive, compatibili con la conservazione
democratica e con l’esistenza del potere borghese, all’autentica lotta
politica per abbatterlo.
Proletari!
In questo tempo di crisi mondiale è quanto
mai necessario che ci contrapponiamo a tutte le posizioni di un risorgente
nazionalismo che, attraverso il miraggio degli ammortizzatori sociali ed il
sostegno statale all’economia, pretende di far credere a noi operai che in
questo modo si possano difendere i posti di lavoro. E’ indispensabile
comprendere infatti che non è il “posto di lavoro” ad essere redditizio, ma è
lo sfruttamento padronale del nostro lavoro a rendere redditizio quel posto.
Se la borghesia ed il suo sistema fallimentare chiudono interi rami d’industria,
destinandoci alla disoccupazione e alla concorrenza al ribasso, il nostro
compito non è quello di richiedere la prosecuzione del nostro sfruttamento
mediante un lavoro che lo sviluppo stesso del capitale si è incaricato di
eliminare, ma di rivendicare, come reale alternativa di emancipazione ed
affasciamento, l’intero salario per chi rimane senza lavoro.
Non dobbiamo dunque chiedere allo Stato più “assistenza”,
un maggior “sostegno sociale”, come continuano a fare i sindacati
tricolori e tutta la “sinistra d’opposizione”, a cui fa eco lo stesso Governo,
ma dobbiamo
rivendicare
la conservazione integrale del salario a
tutti i disoccupati. È questo il primo obbiettivo unificante per noi
proletari che, una volta rigettate le politiche collaborazioniste, responsabili
del nostro arretramento sociale e della nostra caduta materiale, ci permetterà
di porci su un terreno di autonomia di classe e di difesa dei nostri interessi
esclusivi.
E’ nella dinamica
delle contraddizioni sprigionate dalla crisi che si aprono fronti di lotta e di
scontro sociale su obbiettivi immediati, lotte che proprio per le difficoltà del
sistema di rispondervi adeguatamente, conservandole dentro un ambito compatibile
con la sua sopravvivenza, possono trascrescere in una lotta politica e di
rottura radicale con il presente regime sociale.
In questa prospettiva è per noi allora
necessario rompere con la concorrenza reciproca cui siamo costretti come
proletariato italiano ed internazionale, rendendoci conto che
con metodi di lotta intransigenti
e con un organizzazione adeguata, strutturata territorialmente per
superare le divisioni e i limiti aziendali, di categoria e di sigle sindacali,
basata sull'unità internazionalista di tutti i proletari, sulla
convergenza di obbiettivi economici immediati, su una chiara prospettiva
politica di classe in contrapposizione all'ordine sociale esistente, è
effettivamente possibile cercare di ribaltare gli attuali rapporti di forza,
vincendo anche delle battaglie.
Il problema cruciale
che la classe operaia è chiamata oggi ad affrontare è dunque quello della
preparazione sia della propria organizzazione economica sia del proprio organo
politico, del partito di classe che si sappia confrontare non solo con le
inerzie della lotta economica, per assicurarle un minimo di autonomia e per
ridestare nei proletari più combattivi il senso insopprimibile dell’antagonismo
fra capitale e lavoro, ma anche e soprattutto con le inerzie ancor più
demoralizzatici del “costume democratico” legalitario e riformista, alimentato
da decenni di relativa quiete sociale e dalle prediche martellanti dei preti
bianchi e “rossi”. Una preparazione consapevole di dover partire oggi dal punto
più basso al quale sia mai precipitata la tensione sociale, e quindi di dover
affrontare un cammino ben ripido e faticoso per risalire la china, nella
coscienza mai disarmante di responsabilità presenti e future rese infinitamente
più onerose da decenni di rabbiosa controrivoluzione.
ALZIAMO LA TESTA E LOTTIAMO!
TUTTE LE RUOTE SI FERMERANNO SE LA NOSTRA FORTE MANO LO
VORRA’!
Partito Comunista Internazionale
Sede: via Porta di Sotto n.43,
Schio (VI) – aperta il sabato dalle ore 16 alle 19
E-mail: sinistracomunistaint@libero.it
Sito internet:
www.sinistracomunistainternazionale.it
18/04/2009 – Fotocopiato in proprio |