UNA REAZIONE E NON POCHI INSEGNAMENTI
La lotta improvvisa, brevissima ma determinata nelle sue
prerogative, che lo scorso 29 maggio i lavoratori della BFT di Schio hanno
saputo mettere in atto contro la grave decisione dell’azienda di licenziare in
tronco una loro compagna di lavoro, pur nel suo esito non favorevole è una
vicenda che di questi tempi è importantissimo non far passare sotto silenzio.
Un inconsueto episodio “vicentino” certamente da non sopravvalutare, ma che
appare in chiara controtendenza se posto all’interno del desolante panorama
sindacale, contrassegnato dalla rassegnazione, dalla paura, dal
disorientamento e dal disarmo che regnano oggi tra i lavoratori colpiti dalla
crisi in corso, ed effetto di decenni di passività e di ripiegamento di fronte
al persistente e sempre più profondo attacco padronale a salari e condizioni
lavorative.
Questa isolata eccezione degna di nota
conferma la consolidata regola che già le delocalizzazioni degli scorsi anni
avevano evidenziato (con le chiusure di aziende – appartenenti nel vicentino
in maggioranza al settore tessile - e i conseguenti licenziamenti subiti
grazie all’usuale e “concertativa” complicità sindacale) e non può che
gettare ulteriore luce sul delinearsi di una situazione economica e sociale
pesantissima, che l’approfondirsi e l’estendersi della presente recessione
rende via via più grave, condannando tutti i lavoratori ad un incerto futuro
di rapido e progressivo peggioramento delle proprie condizioni di vita e di
lavoro. Il dilagare della cassa integrazione, dei licenziamenti, della
precarietà e della derivante miseria sono infatti le conseguenze sempre più
palpabili che ci fanno capire che il conto più salato da pagare a questa crisi
è e sarà a carico della classe operaia, che tanti proclamano estinta da anni,
salvo poi tirarla fuori oramai ogni giorno quando si parla ad esempio dei
salari italiani tra i più bassi in Europa, degli oltre quattro milioni di
precari esistenti o del “solito” stillicidio di omicidi nei luoghi lavoro
dell’intera Penisola.
Nella sola provincia di Vicenza, vanto del
“miracoloso” Nord-Est ( in cui “fino a ieri” dominavano la piena occupazione e
i bassissimi salari gonfiati da interminabili ore di straordinario), molte
piccole aziende, soprattutto artigiane, stanno chiudendo i battenti, mentre
quelle di medie dimensioni stanno ricorrendo a radicali tagli del personale
per cercare di rimanere a galla di fronte ad un calo degli affari anche del
40-50%. Per citare solo alcuni dei casi più noti: diverse centinaia saranno i
lavoratori che complessivamente cadranno disoccupati al termine della
copertura degli ammortizzatori sociali in aziende come la Stefani e la Vincent
Tyrolit di Thiene, la Busellato di Piovene Rocchette, la Campagnolo di
Vicenza, la Smit di Schio. Per non parlare di tutti quei lavoratori già senza
lavoro, privi di ammortizzatori sociali o con sussidi da fame, tra i quali i
più numerosi sono i precari e coloro i quali stanno esaurendo la magrissima
cassa integrazione.
Ma chi difende oggi tutti questi lavoratori
a cui viene distrutta la vita, chi gli darà da mangiare e da sopravvivere?
Quelli che dicono di rappresentarne la
maggioranza e di averli sempre difesi, è da decenni che fanno accordi al
ribasso proprio sulla loro pelle (moderazione salariale, aumento della
precarietà, tagli delle pensioni e della sanità, tentato furto del Tfr, ecc.),
sottoscrivendo in questi mesi di crisi con governo e padronato tremendi piani
di ristrutturazione occupazionale ed ogni sorta di aiuto a favore di banche ed
aziende per cercare di salvare il capitalismo italico. Quelli della stessa
razza dei primi invece, ma già “onorevoli” o aspiranti tali, che proprio in
queste “radiose” settimane di elezioni stanno facendo ai lavoratori ogni sorta
di illusoria promessa puramente elettorale, destri o sinistri che siano, sono
dei venditori di fumo, veri accaparratori di poltrone dei vari “comitati
d’affari padronali” (parlamenti, province, comuni), che difendono anche loro
solo ed esclusivamente l’economia nazionale e tutte le sottoeconomie locali
con i loro profitti ed interessi aziendali, sempre a danno dei salari e degli
operai naturalmente. Entrambi, non a caso, continuano a parlare della
necessità di “unità e di coesione sociale”, di “difesa del bene comune del «made
in Italy»”, proprio perché hanno il terrore che prima o poi, sotto i colpi
delle tensioni sociali che la crisi sta alimentando, inizi ad incrinarsi
l’interclassismo dominante, sebbene la cappa di piombo del controllo sindacale
e politico che imprigiona i lavoratori sembri ancora indistruttibile.
Nel frattempo dicono in coro ai lavoratori
di stare tranquilli, di portare pazienza e di fidarsi di loro, che la crisi
durerà ancora poco o che “fortunatamente” ci sono gli ammortizzatori sociali:
ma già dal prossimo autunno la cassa integrazione finirà per molti, e non è
detto che proprio tutti se ne stiano buoni buoni a casa a vivere di sola
televisione. Tutti questi pompieri travestiti da difensori della classe
operaia temono infatti, e non poco, la potenziale ripresa della lotta diffusa
dei lavoratori sotto la spinta della recessione e del derivante deterioramento
delle generali condizioni di vita e di lavoro; predicano il dialogo e il
confronto “civile e democratico”; rifiutano l’uso della forza nelle lotte e
negli scioperi, salvo poi benedire ed incoraggiare la forza e la violenza
impiegate per attuare “legalmente” le ristrutturazioni aziendali, i
licenziamenti, le decurtazioni salariali, la diffusione della precarietà, la
repressione di ogni tipo di protesta messa in campo dai lavoratori. Diritto,
leggi, regole, riforme, parlamenti, commissioni, sono forse in questa società
mercantile dalla parte dei lavoratori e dei loro esclusivi interessi o, al
contrario, a perpetuo e schiacciante vantaggio di aziende, profitti e mercati?
E infatti, il “diritto” lo fa la forza, non di certo ed illusoriamente le
elezioni, le costituzioni, il dialogo sociale, la partecipazione democratica e
così via… E la forza del più forte è oggi saldamente in mano a chi difende il
capitalismo che, proprio perché sempre più malconcio, necessita di una
maggiore blindatura per far fronte a “problemi sociali” progressivamente più
estesi e più difficili da controllare. La “sicurezza” diviene allora per ogni
governo e per lo Stato il problema principale: oggi rappresentato dagli
“immigrati clandestini” e dal “terrorismo” in genere, un domani dai lavoratori
che scenderanno in lotta, disoccupati o sempre più precari e sfruttati.
Che sia rimasta solo la reazionaria e
conservatrice Romana Chiesa a “difendere” la classe operaia, che anche pochi
giorni fa, per bocca di un suo alto prelato, ha esortato i poteri economici e
politici forti sul non considerare i lavoratori come “inutile zavorra” di cui
sbarazzarsi per alleggerire le navi aziendali nel mare dei mercati in
tempesta, la dice lunga sull’inerzia e sull’incapacità di coalizzarsi e di
reagire collettivamente che oggi penalizza tutti i salariati, costretti a
sottostare sempre più ai ricatti padronali e alla Spada di Damocle di una
congiuntura economica avversa. D’altronde, non è questa una questione di
rapporti di forza ancora a nettissimo favore del capitale sul lavoro?
Torniamo, però, alla vicenda che ci
interessa. La BFT S.p.a. di Schio produce automatismi per cancelli e porte
automatiche, ed è tra le prime aziende nel settore non solo in Italia ma anche
in Europa. Fino al 2004 è appartenuta alla famiglia vicentina che l’ha
fondata, per poi essere rilevata dal gruppo multinazionale francese Somfy. BFT,
pur rientrando nel comparto manifatturiero metalmeccanico, ha affidato da
tempo tutte le produzioni a terzisti esterni, mantenendo all’interno della
propria sede i vari uffici direttivi e tutti i reparti “non produttivi”. A
Schio occupa 160 dipendenti, ha di recente rilevato due piccole aziende
concorrenti e possiede filiali nei principali paesi del mondo. Fino al 2008,
ha macinato fatturati con incrementi annui assai considerevoli, e quest’anno è
prevedibile che il risultato sia inferiore al recente passato. L’azienda,
comunque, pare abbia finora retto bene alla recessione in atto, grazie anche
ad una drastica politica di riduzione dei costi, inclusi quelli riguardanti il
personale. Negli ultimi anni, inoltre, ha investito molto nella propria
immagine pubblicitaria e nel marketing: non solo per rendersi “appetibile” ai
clienti, ma anche per “lusingare” i propri dipendenti con una chiara finalità
imbonitrice, puntando come altre “giovani imprese competitive” sulla logica
dell’azienda-famiglia composta da “collaboratori” a cui regalare numerosi
eventi festivi e ricreativi.
Ora veniamo sinteticamente ai fatti. La
sera di giovedì 28 maggio scorso, la direzione aziendale consegna ad
un’operaia una lettera di “licenziamento per giustificato motivo oggettivo”,
in cui viene sancita la soppressione del suo posto di lavoro a causa della
riorganizzazione di alcuni reparti, giustificando il licenziamento con
l’impossibilita di destinarla a mansioni alternative per inabilità fisica
riconosciuta a seguito di visita medica aziendale preventiva.
Appresa questa notizia, alcuni dei lavoratori più
sensibili assieme ai delegati sindacali interni, messi di fronte ad un
provvedimento di tale gravità, imposto senza la benché minima mediazione
sindacale e senza il ricorso a qualche forma di sussidio sociale, si accordano
per effettuare uno sciopero la mattina seguente. All’indomani, quei pochi
lavoratori disillusi sull’esito di questa loro iniziativa, postisi dinnanzi al
cancello d’entrata delle auto dei dipendenti, informano ad uno ad uno i propri
compagni di lavoro sul motivo di questa loro azione.
Pochi minuti dopo, decine e decine di
lavoratori si raggruppano di fronte ai cancelli aziendali. Quasi la metà della
forza-lavoro della BFT infatti si ferma: operai ed impiegati di tutti i
reparti e degli uffici, per la maggior parte giovani ventenni e trentenni
scarsamente o per niente sindacalizzati (solo poche decine iscritti alla
Fim-Cisl ed alcuni alla Cub). Di lì a poco due dirigenti aziendali si
avvicinano subito per chiedere il motivo di tale protesta, e la ovvia risposta
dei lavoratori e del sindacalista della Fim, sopraggiunto in quel momento, è
che si sciopera contro il licenziamento della lavoratrice e per ottenerne
l’immediato reintegro a nessuna condizione. Di seguito, con una veloce
assemblea i lavoratori presenti votano tutti per alzata di mano la proposta di
scioperare ad oltranza fino al lunedì seguente per un totale di 16 ore
lavorative, rifiutando altre due proposte molto più morbide avanzate dal
dirigente sindacale Fim. La trattativa inizia, dunque, con lo sciopero in
corso come strumento di pressione sulla controparte.
Dopo sole tre ore e mezza di sciopero, ed
una trattativa interrottasi a più riprese, l’azienda sembra cedere, “dando la
sua parola” sulla riassunzione della lavoratrice colpita ed accogliendo la
proposta dei rappresentanti sindacali interni di impiegarla in una nuova
mansione. Questi, assieme al sindacalista, concedono la loro fiducia a quanto
promesso dall’azienda, non sottoscrivendo però alcun accordo scritto. A questo
punto inizia però a concretizzarsi la beffa oltre al danno. Come tutte le
aziende che vogliono comunque raggiungere l’obbiettivo prefissatosi e “far
tornare i conti”, soprattutto quando in ballo c’è il taglio senza esitazioni
del costo di un posto di lavoro “in esubero”, anche la direzione di BFT, ora
che ha ottenuto la cessazione della protesta, decide di proseguire nella sua
manovra e di non guardare in faccia a nessuno. Nel frattempo, si riprende a
lavorare, ma la stessa operaia coinvolta, traumatizzata da questa pesantissima
vicenda che le comporta fin dal principio un comprensibile crollo nervoso, non
si ripresenta subito al lavoro. L’azienda intanto prende tempo: invita la
lavoratrice a rimanere in ferie sino all’esito di una nuova visita del medico
aziendale per valutare la nuova mansione a cui destinarla. Ma giovedì 4
giugno, cinque giorni lavorativi dopo la consegna della lettera di
licenziamento, la direzione aziendale informa le Rsu di non avere mai revocato
il provvedimento che ora risulta effettivo. Di lì a poco, con la rinuncia
definitiva di ritornare a lavorare in BFT, l’operaia decide di “accettare” il
licenziamento e di intraprendere tramite il sindacato un’azione contro
l’azienda per un sostanziale indennizzo pecuniario che “risarcisca” il danno
subito.
E’ soprattutto nello sviluppo di una profonda crisi
capitalistica come la presente, che ogni azienda, più grandi sono le sue
dimensioni e di conseguenza i rispettivi interessi da salvaguardare, più si
trova nella condizione di ricorrere a manovrismi e sotterfugi di ogni genere
per cercare di assicurarsi margini di profitto ancora accettabili e far
quadrare quindi i propri bilanci a scapito dei lavoratori e dei costi in
salari e posti di lavoro ad essi relativi. E’ infatti in questi momenti di
cattiva congiuntura, che si riesce a scoprire nitidamente la vera faccia dei
padroni, spesso malauguratamente percepiti dalla maggioranza dei lavoratori
come dei benefattori o addirittura dei filantropi che concedono ai loro
dipendenti la “fortuna” di lavorare e di essere pagati per questo. Risultano
più evidenti nei periodi di vacche magre, dunque, le condizionanti di mercato
che obbligano i padroni, comunque e sempre, a cercare di pagare il meno
possibile la propria forza-lavoro, a spremerla il più possibile e a
liberarsene al bisogno il più facilmente e velocemente possibile.
La spontanea e generosa reazione che i
lavoratori della BFT hanno saputo opporre al tentativo dell’azienda, portato
poi a “buon” fine, di eliminare il costo di un posto di lavoro colpendo una
lavoratrice più vulnerabile di altri, è una concreta dimostrazione che:
1) a volte è possibile vincere la paura, la
rassegnazione, l’individualismo, l’indifferenza dominanti che i padroni
fomentano, superando temporaneamente anche la concorrenza reciproca tra
lavoratori, reparti ed uffici, operai ed impiegati, ed il ricatto economico
della perdita del posto di lavoro reso ancora più pressante dalla crisi;
2) è l’obbiettivo comune e condiviso da tutti i
lavoratori che crea unità e solidarietà tra gli scioperanti, e in questo caso
il rifiuto del licenziamento di una propria compagna di lavoro diviene difesa
di un interesse collettivo che è di tutti, “perché domani potrebbe toccare ad
un altro”;
3) è lo sciopero spontaneo, improvviso e ad
oltranza, di tutti i lavoratori dal basso riuniti in assemblea, senza
divisioni (di qualifica, livello, mansione, reparto, ufficio) e distinzioni
(politiche, di iscrizione o meno a un sindacato) ad essere fondamentale per
cercare di opporsi allo strapotere e alle angherie padronali; bloccando la
fabbrica e determinando un evidente danno all’azienda, lo sciopero diviene
un’arma di lotta immediata incisiva ed anche vincente, diventando così un atto
di forza e non un “diritto” da esibire o uno spuntato ed inefficace rito
sindacale dove si fanno belli i burocrati pagati con le deleghe in busta paga.
Alzare la testa è dunque
possibile e, senza facili sopravvalutazioni, i lavoratori BFT hanno dimostrato
di averlo fatto pur nella parzialità e nella limitatezza della loro
iniziativa, anteponendo per una volta i propri interessi a quelli padronali,
lottando anche se solo per poche ore, e dandosi un’organizzazione conseguente:
in questo senso è la lotta che fa l’organizzazione, e ciò significa che sono i
lavoratori in lotta che fanno il sindacato, o si servono di esso, e non
viceversa. In un giorno, questi lavoratori hanno fatto senza rendersene conto
un significativo passo in avanti, se paragonato ad anni di passività ed
accettazione delle imperanti “esigenze produttive aziendali”. Ora è comunque
necessario fare tesoro della sconfitta, delle leggerezze e degli errori
commessi, ma anche delle utili lezioni che si possono trarre da questo
episodio circoscritto.
Senza alcun dubbio questa
piccola lotta insegna non poco, e dovrebbe essere a maggior ragione d’esempio
per quei numerosi lavoratori di aziende in crisi, che al posto di uno solo, ne
licenziano decine o centinaia, senza che dai medesimi venga mosso un dito per
evitare questo continuo gioco al massacro, concordato con le organizzazioni
sindacali maggioritarie (Cgil,Cisl e Uil), le quali hanno per ora il potere di
trasformare quei pochi “scioperi”, promossi “per una difesa dei posti di
lavoro” sempre più indifendibile, in cortei funebri per i lavoratori sulla
tragica via del licenziamento.
Se fosse solo una
questione di umana dignità, per i lavoratori sarebbe già molto imparare a
perdere lottando, anziché perdere non alzando nemmeno un dito, figuriamoci la
testa. Ma la questione fondamentale per una parte consistente di essi, nei
prossimi lunghi mesi di crisi persistente e di licenziamenti effettivi, sarà
soprattutto quella della sopravvivenza e della lotta necessaria per
garantirsela. Il bisogno di sbarcare il cosiddetto lunario, obbligherà forse i
lavoratori a fare collettivamente e direttamente quello che oggi non fanno,
nell’illusione che qualche padrone, politicante o sindacalista li “salvi”?
Come disse un
rivoluzionario della Comune parigina: “chi ha del ferro, ha del pane”. La
lotta e l’organizzazione autonoma per la difesa dei propri interessi contro la
ferrea logica del profitto, devono tornare ad essere per i lavoratori quel
“ferro” di cui hanno oggi assoluto bisogno per procurarsi di che vivere
dignitosamente e per ricominciare ad essere classe che combatte per sé, che
rifiuta il mortale abbraccio con il capitalismo e le compatibilità imposte
dall’economia aziendale e nazionale, abbraccio che finora e fino a prova
contraria l’ha sempre condotta alla sconfitta.
Giugno 2009