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C R I S I
C A P I T A L E
Trema il capitalismo mondiale, tremano i suoi pilastri economici e politici, si
materializza lo spettro della recessione planetaria, e in un
inferno di terrore e caos generalizzati una spietata legge del contrappasso
punisce, in una sequenza inesorabile di nerissime giornate, la grande massa dei
banditi della finanza e dei dannati della Borsa, bruciando in pochi istanti
centinaia di miliardi di carta straccia camuffata da valore accumulati in
anni di azzardo al continuo rialzo. La realtà del rancido sistema capitalista,
con le sue spettacolari esplosioni e catastrofi, ci ha abituati ad andare ben al
di là della nostra povera e mortale immaginazione, ma mai come ora la sua
tragedia pare ricalcare passo per passo il copione storico previsto da
Carlo Marx.
Si è dovuti
finalmente arrivare a metà dello scorso settembre, dopo poco più di un anno
dalle dichiarate insolvenze legate ai famigerati mutui subprime, per scoprire
come la “sorte” abbia definitivamente voltato le spalle ad investitori e
risparmiatori, tra cui milioni di proletari persuasi a gettare liquidazioni e
pensioni nella roulette azionaria. Ci hanno abboccato pesci grandi e
piccoli, ai quali il Casinò della Borsa ha fatto d’un tratto sparire dal banco
di gioco le “sudate” fiches, smascherando il grande bluff del rischio
compensato dall’alto rendimento di complessi strumenti finanziari suicidi,
all’interno dei quali sono stati nascosti una montagna di debiti inesigibili.
Oggi sono proprio le pesantissime perdite dei titoli borsistici, il fallimento
diffuso (avvenuto o evitato in extremis) di colossi bancari e di grandi gruppi
finanziari ed assicurativi, la loro svendita deprezzata a superstiti istituti
privati “più sani e solidi” o addirittura il loro salvataggio “socialista” da
parte dello Stato, a darci la prova concreta della gravità dell’odierna
patologia economica e a metterci di fronte ad una crisi sistemica
partita anche stavolta da New York, cuore malato e oggi in fibrillazione del
capitalismo internazionale già da decenni in sala di rianimazione.
La crisi attuale non
è contingente ma epocale: essa è infatti il punto più alto della crisi di
saturazione iniziata nel 1975, scatenata dallo shock petrolifero del 1973-74 e
sviluppatasi alla fine del periodo espansivo del capitalismo seguito al bagno
di giovinezza del Secondo Massacro Mondiale (ricostruzione postbellica). E’
infatti da questa data che la capacità accumulativa del capitale produttivo
subisce un graduale rallentamento, dando il via ad un vorticoso sviluppo del
credito che alimenta una crescente e intensa finanziarizzazione dell’economia,
guidata naturalmente dagli Stati Uniti, campioni imperialisti
del rastrellamento planetario di plusvalore operaio (profitto) e di rendita
petrolifera della quale detengono ancora il controllo maggioritario. Così
negli ultimi trent’anni sono continuate ad affluire nei mercati borsistici, di
New York e Londra soprattutto, masse sempre più ingenti di capitali in cerca di
una valorizzazione che la produzione media mondiale, con margini di profitto
sempre più ristretti, non riesce più a soddisfare adeguatamente.
Di qui ad oggi vi è
stato dunque un incremento esponenziale della speculazione finanziaria,
agevolata dalla caduta di tutte le cortine di ferro e dalla conseguente
“globalizzazione” giunta a suo completamento, e che attraverso le sue
vertiginose salite non ha fatto altro che innescare nell’economia reale
“riprese” fittizie e drogate, esauritesi in altrettanti fragorosi tonfi
borsistici. Ma ricordiamone i maggiori degli ultimi decenni: il lunedì nero
di Wall Strett nel 1987, la crisi delle tigri asiatiche del 1997,
l’esplosione della bolla americana sui titoli tecnologici del 2000-2001,
e la presente crisi tipo 1929, ma di quella internazionalmente ben
più ampia e profonda, malgrado le numerose rassicurazioni alle pecore impaurite
dei tanti lupi, paladini del sistema di rapina imperialistico, ancora in
circolazione.
Il recente tracollo
finanziario dell’Argentina nel 2001, con i suoi bonds-spazzatura
(contemporanei ai bidoni italici della Cirio e della Parmalat) a
far fessi in giro per il mondo i tanti aspiranti Paperoni, non doveva forse
rimanere, secondo i prezzolati esperti ed analisti economici, un caso isolato,
una vicenda circoscritta al povero Sud America? Siamo di fronte ad un film già
visto e rivisto invece, stesse le scene, stesse le immagini di crolli
azionari, di bancarotte, di lunghe file di risparmiatori disperati
e di schiere di lavoratori rimasti senza lavoro: appena ieri a
Buenos Aires, oggi oramai a Reykjavik e nelle maggiori capitali dell’Occidente
“ricco e prospero”.
Proletari!
Economisti,
commentatori e addetti ai lavori stipendiati dal Capitale, cadendo dalle nuvole,
chiedono adesso un “ritorno all’etica” per questo “fallito modello di
capitalismo” che sta provocando tutti questi disastri, e reclamano
illusoriamente nuove regole e maggiori controlli. Straparlano questi servili
personaggi che, anzi, proprio fino a ieri hanno vestito i panni dei
partigiani di questo sistema malato, proclamandolo “virtuoso e dispensatore
di benessere e ricchezza” e capace addirittura di autoregolamentarsi attraverso
la mano invisibile del mercato. Oggi, invece, fanno i moralizzatori ed
indicano nei manager farabutti stile Lehman Brothers, nei politicanti
alla Bush o nei banchieri alla Greenspan, i responsabili di questa
deriva della “finanza creativa e speculativa”, smarrita nell’illusione di creare
ricchezza da cartaccia senza valore.
Ma la cruda ed
evidente realtà è che questo è il capitalismo,
un modo di produzione che non può essere altra cosa e che non può essere tanto
meno migliorabile o emendabile. I suoi guai e disastri non dipendono dalla
cattiva gestione dei capitalisti o dalla corruzione del suo personale politico e
manageriale, ma dipendono esclusivamente dal suo funzionamento e dalle
ferree leggi che lo regolano, e che ne devono garantire sempre consistenti
margini di profitto e bassi costi, ovvero una valorizzazione del capitale
sempre remunerativa rispetto agli investimenti compiuti. Le cause delle crisi
quindi non risiedono nell’incapacità o nell’immoralità di chi siede nei posti di
comando: difatti, fintantoché l’economia e la finanza tirano, pur con catene di
Sant’Antonio e con giochi di prestigio di maghi contabili, queste figure sono
tollerate, anzi elogiate e premiate con stipendi d’oro proprio perché
funzionali al sistema; e non risiedono neppure in regole sbagliate o in
controlli insufficienti, dato che l’unica regola che sa eludere tutte le
regole e tutti i controlli alla fine è proprio quella che risponde alla
logica del profitto, e infatti nella produzione reale come nella finanza si
sono sempre commessi in nome del profitto i più grandi tipi di abusi, di
distruzioni e di crimini.
Proletari!
Per arginare il
crollo della fiducia, il dilagare del panico e dell’allarmismo, tutte le
istituzioni borghesi nazionali e sovranazionali si prodigano ora a far appello
alla calma e alla prudenza, cercando di rassicurare consumatori e risparmiatori
sulla risolvibilità della crisi ed esortando al senso di responsabilità,
all’unione e alla collaborazione di tutte le classi per “affrontare assieme
il pericolo comune”, mentre già tra i medesimi predoni e strozzini del
capitale monetario (banche, società finanziarie, istituti assicurativi) sono
proprio la fiducia e la solidità reciproca ad essere messe in discussione
come rischiose merci da scambiare. Ben sappiamo che nel momento in cui un
venditore è costretto a rassicurare i clienti sulla bontà del suo prodotto, la
sua credibilità è già andata a farsi benedire assieme alla fiducia
di tutti i potenziali compratori nei suoi confronti.
La quantità
difficilmente misurabile di capitale fittizio che la guerra finanziaria
in atto ha distrutto e distruggerà, ci dà la misura della qualità di questa
gravissima crisi di sovrapproduzione, che parte proprio dall’economia
reale e che via via trasformerà in paludi i mercati, placando
certamente non per un breve periodo l’eruzione anarchica del vulcano della
produzione capitalistica internazionale. Infatti, la recessione
è già una realtà confermata in America, Europa e Giappone: la diminuzione della
produzione industriale, il rallentamento dell’edilizia e la
contrazione del mercato immobiliare, le difficoltà in cui sono
precipitati i costruttori di auto, il ricorso delle famiglie al
risparmio anche sulla spesa alimentare, ne sono i sintomi più tangibili.
Il calo dei prezzi delle risorse energetiche e delle materie prime
sull’onda della discesa dei consumi di aziende e privati, è il segnale lampante
di un principio di deflazione in atto che aggrava ancora di più la natura
di questa classica crisi mondiale di sovrapproduzione, che è e sarà
una crisi di interguerra, la cui unica soluzione passerà attraverso
la preparazione del terreno materiale e ideologico per un terzo conflitto
mondiale tra gli imperialismi del pianeta.
Dietro alla caotica e
confusa preparazione e messa in atto dei piani anticrisi americano ed europeo
per il salvataggio del sistema bancario e per l’iniezione di nuova fiducia nei
mercati, con enormi nazionalizzazioni ed interventi statali mai
visti finora e che, alla faccia del vantato liberismo, fanno impallidire oggi i
più acerrimi detrattori del capitalismo di stato del “morto e sepolto
socialismo reale”, aleggia il fantasma del prossimo rafforzamento di una
Santa Alleanza Borghese proprio contro il proletariato mondiale, allo scopo
di imprimere un ulteriore giro di vite all’attacco padronale, sempre in atto
contro gli operai, ma che la corrente catastrofe economica nei prossimi anni
inasprirà proporzionalmente alla propria virulenza e profondità.
Mai come adesso lo
Stato dimostra di essere in tutto e per tutto il comitato d’affari della
borghesia, preoccupata a salvare e difendere il sistema del profitto e
quindi la sua stessa sopravvivenza in quanto classe dominante e sfruttatrice.
Mai come in questa occasione di “emergenza e allarme” ogni singolo stato
nazionale, pur essendo ancora saldamente in mano alla rispettiva classe
borghese, teme però per il proprio dominio economico e politico, credendo
con più che ottimistica speranza nello spuntato soccorso di palliativi
travestiti da “grandi piani e manovre per la rapida uscita dalla crisi”.
Proletari!
Ma chi pagherà ancora
la crisi? E’ certo che nell’immediato si determineranno estese chiusure e
ristrutturazioni aziendali con licenziamenti generalizzati e, al contempo,
aggravate politiche governative volte all’ulteriore peggioramento delle
condizioni di vita e di lavoro di tutti i salariati, occupati e non.
L’eccezionalità della congiuntura costringerà la dittatura borghese ad
abbandonare in fretta la maschera democratica, per imporre a livello
nazionale nuove manovre di “lacrime e sangue” atte ad abbassare ancora salari e
tutele sociali e ad aumentare ancora sfruttamento e orari di lavoro, precarietà
ed incertezza, in nome della salvezza della patria economica “minacciata dalla
crisi globale”, nell’interesse di tutti gli allarmati profittatori del sistema
capitalistico. Vi saranno poi accresciuti provvedimenti di blindatura dello
Stato, non solo sul piano economico come sta già avvenendo, ma soprattutto
sul piano sociale, con sempre più evidenti limitazioni ai temporanei “diritti
sindacali e di sciopero”. La militarizzazione della società si
concentrerà sul controllo ferreo di ogni iniziativa di lotta che i lavoratori
saranno obbligati ad intraprendere a causa della gravità della situazione
economica e del derivante deterioramento delle proprie condizioni materiali.
Lo sviluppo
dell’imperialismo
nel corso dell’ultimo secolo come ultima fase del capitalismo, in cui il
capitale finanziario ha assunto l’egemonia sul capitale industriale e
produttivo, e dove il militarismo è stato portato alle sue estreme
conseguenze grazie a continue e sempre più estese guerre, unico mezzo per
risolvere le ricorrenti crisi capitalistiche, non ha fatto altro che confermare
le previsioni del marxismo sul decorso autodistruttivo della società
borghese. In questo sta per noi la ribadita dai fatti vittoria teorica del
comunismo e del suo sotterraneo movimento reale dato troppe volte per
defunto.
Non vi è da scegliere
tra capitalismo senza crisi e capitalismo in crisi, per i proletari. Vi è da
lottare – e la lotta non sorge dal solo dato della crisi, ma da una forza
politica tesa alla Rivoluzione e alla dittatura della classe lavoratrice,
nucleo della scoperta di Marx – per farla finita con il capitalismo, con
crisi o senza crisi, drogato o senza fiato.
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