PARTITO COMUNISTA  INTERNAZIONALE

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P R I M O   M A G G I O   2 0 0 4

  Il Primo Maggio, svilito oggi a farsesca ricorrenza festaiola, era stato originariamente elevato a giornata mondiale di lotta della classe proletaria in seguito ad un sanguinoso episodio avvenuto a Chicago nel 1886. Il I° maggio di quell’anno infatti, nel corso di uno sciopero per la riduzione ad 8 ore della giornata lavorativa, la polizia sparò sulla folla che assisteva al comizio provocando la morte di numerosi operai. Quel tragico fatto e il valore classista che da allora assunse questa giornata oggi non sono che un ricordo. La borghesia che fece quelle vittime e che successivamente represse nel sangue tante altre lotte del movimento operaio mondiale, in lunghi decenni di ubriacatura democratica è riuscita ad impossessarsi di quest’occasione trasformandola in una sagra interclassista, in una sterile festività repubblicana di pacificazione sociale.

Eppure i lavoratori oggi non avrebbero proprio nulla da festeggiare: dovrebbero invece tornare a lottare contro un sistema sociale ed economico che oltre all’ininterrotta sequenza di crisi e guerre, li sottopone giornalmente al continuo peggioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro. Peggioramento persistente che, soprattutto nei paesi occidentali, è il prodotto delle politiche governative –concertate con padronato e sindacati- di taglio dei costi sociali (salari, ammortizzatori sociali, sanità e previdenza), di estensione del precariato e della flessibilità, di incremento dei ritmi produttivi che, assieme all’aumento della disoccupazione, sono evidenti fattori negativi che diffondono sempre più miseria, incertezza ed insicurezza fra gli operai. Questo attacco generalizzato alle condizioni materiali dei lavoratori che stati e governi -destri o sinistri che siano- stanno tutti attuando, è dettato dall’incalzare della crisi internazionale, che costringe così le varie borghesie nazionali a scaricare sulle spalle della classe operaia gli effetti della accresciuta competizione economica mondiale. Ed è proprio l’aggravarsi di questa crisi di sovrapproduzione capitalistica che acuisce la scontro commerciale e amplifica i contrasti economici e politici tra imperialismi concorrenti. Dalla guerra commerciale alla guerra guerreggiata il passo è breve: è infatti la dinamica stessa del capitalismo che conduce alla guerra, intesa come soluzione estrema alle sue crisi ricorrenti. E così, dopo la prima guerra del Golfo, dopo la Bosnia e il Kosovo, dopo l’Afghanistan, si è arrivati all’attuale secondo intervento bellico in Irak, che finora ha portato al continuo massacro di masse di proletari inermi e alla destabilizzazione dell’intera zona mediorientale, e che nei fatti anticipa lo sviluppo di futuri conflitti ben più cruenti e generalizzati. Ma dietro alle mistificazioni sulla “guerra al terrorismo globale” e “sull’esportazione della democrazia nei paesi arabi”, nel Golfo Persico si sta consumando l’ennesimo scontro fra potenze capitalistiche concorrenti per il controllo e la gestione di un’area strategicamente importante per le riserve energetiche in essa presenti. Chi controlla quell’area, domina i flussi di petrolio e ne gode la rendita, guadagnando un vantaggio enorme sui propri avversari economici, diretti o potenziali.

  Proletari, compagni!

Il solo fatto provocatore della guerra è l’esistenza stessa del sistema sociale capitalistico. Le inevitabili crisi di sovrapproduzione, vere decimatrici del saggio di profitto, finiscono col trasformarsi in guerre di rapina e distruzione, in guerre imperialiste per una nuova ripartizione dei mercati. Pertanto, capitalismo e pace sono incompatibili, e i conflitti che si stanno moltiplicando e acuendo ne sono una prova concreta. Chi difende o accetta la civiltà borghese fondata sulla logica del mercato, deve farsi carico delle sue mattanze e dei suoi assassinii, deve prendere atto della violenza e della distruzione che essa stessa genera. Storicamente non è mai esistito un regime più militarista e guerrafondaio di quello democratico-parlamentare, con le sue due carneficine mondiali e con le sue centinaia di guerre “localizzate” avvenute negli ultimi 60 anni. L’attuale stato di guerra che oggi ci impone il sistema del profitto, assieme al clima di terrorizzazione alimentato dagli attentati e alle misure di “sicurezza antiterrorismo” attuate dai vari governi, da un lato accelerano la militarizzazione della vita economica e sociale, aumentando il controllo sulle masse degli apparati borghesi, dall’altro lato portano ad inquadrare ideologicamente i proletari per future azioni di guerra e a far sembrare ogni stato come il vero difensore della pace e della libertà.

Ma questo regime che vuole imporre la pace sociale e che continua a parlarci di diritti e di libertà, ci conferma invece che nella vita quotidiana la libertà ed il diritto si conquistano e si mantengono con la forza. La dura lotta degli autoferrotramvieri di alcuni mesi fa, e la recente lotta dei metalmeccanici della Fiat di Melfi ne sono state un chiaro esempio: questi lavoratori hanno infatti dimostrato che è possibile opporsi all’attacco agli interessi e ai bisogni del proletariato solamente con la lotta intransigente di classe, attraverso l’unità e la forza organizzata, attraverso l’utilizzo del blocco della produzione e dello sciopero senza limiti di tempo. Questi sono i soli strumenti che recano un danno effettivo alle aziende, costringendole alla trattativa e ad ascoltare le richieste operaie. Con tali metodi e con tali mezzi, autoferrotramvieri e lavoratori Fiat hanno saputo anticipare le azioni di lotta vincente che i proletari dovranno inevitabilmente intraprendere per contrastare ogni futuro peggioramento delle proprie condizioni materiali.

La crisi economica attuale non è una semplice congiuntura sfavorevole, ma un dissesto di fondo nel sistema economico mondiale, una manifestazione su vasta scala della crisi generale del capitalismo, che data la sua profondità non presenta altro sbocco, altra soluzione storica all’infuori dell’alternativa: o rivoluzione o guerra! E’ ipocrita quindi voler credere, come fanno i pacifisti di diversa marca religiosa o laica, che si possano abolire le guerre, o la violenza in generale, con convegni marce o fiaccolate. E’ ipocrita e, insieme, impotente qualsiasi rivendicazione basata sulla pretesa di un capitalismo senza guerre.

Per il proletariato internazionale non possono esistere “guerre giuste” da difendere o da appoggiare! L’unica via per spezzare il circolo vizioso che periodicamente genera crisi e guerra, è quella del disfattismo rivoluzionario, che passa attraverso la rottura della solidarietà nazionale con la propria borghesia, e che a questa sostituisce la solidarietà di classe e la lotta per i propri esclusivi obiettivi immediati e storici. In quest’ottica la posizione degli attuali sindacati, che non si discosta da quella dei governi, rimane salda alla linea del tradimento: essi si preoccupano di tenere costantemente legato il proletariato al carro della borghesia. E così è da decenni che i sindacati cedono su tutti i fronti, portando la classe operaia sul terreno della collaborazione e della solidarietà col capitale, accettando sempre nuovi sacrifici e il peggioramento delle sue condizioni di vita e di lavoro per la salvezza dell’economia nazionale o aziendale. Di fronte ai licenziamenti, al taglio dei salari, all’incremento della flessibilità e del precariato che investono giorno dopo giorno tutti i settori produttivi, gli opportunisti sindacali con l’ausilio dei politicanti di sinistra, lungi dall’ipotesi di mobilitare gli operai in difesa delle proprie condizioni, predicano la pace sociale, lo spirito di sopportazione e di sottomissione, la concordia nazionale. E tutto ciò trova la sua degna rappresentazione mondiale nella giornata del Primo maggio, che si è trasformata in una sagra democratica caratterizzata da musichette e sventolii di bandiere nazionali, quelle stesse bandiere sotto le quali, un domani non tanto lontano, i proletari verranno nuovamente schierati per la prossima guerra mondiale.

  Compagni, operai!

Per opporre una reale resistenza alla guerra, contro ogni guerra del capitale e per il capitale, bisogna dare una risposta di classe: e lo sciopero generale contro la guerra è l’unica arma che il proletariato possiede in questo momento, per non essere nuovamente coinvolto in massacri e avventure belliche di dominio. Non dobbiamo essere servitori, non dobbiamo permettere che ci affittino ancora una volta a questo o a quel blocco imperialista! Alla guerra fra stati opponiamo la guerra di classe!

La ripresa della lotta di classe oggi può sembrare lontana, al pari degli obiettivi storici di emancipazione della classe lavoratrice, ma noi comunisti non possiamo che indicare ai proletari, per mezzo dell’arma della critica marxista, che la via necessaria verso la società futura passa per la ripresa della solidarietà classista al di sopra di ogni categoria produttiva, di ogni religione, razza e nazione; per la difesa intransigente dei propri interessi di classe e per l’organizzazione operaia autonoma da qualsiasi Stato ed interesse borghese, che abbia al centro delle proprie rivendicazioni forti aumenti salariali e una consistente riduzione della giornata lavorativa a parità di salario; per la ripresa della lotta politica di classe sotto la direzione del partito rivoluzionario fedele alle parole del “Manifesto del Partito Comunista” del 1848:

I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono essere raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l’ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero d’una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare.

  PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI !

 Partito Comunista Internazionale

  Sede: via Cristoforo Magrè n°105, Schio (VI)  - aperta il sabato dalle ore 16,00 alle ore 19,00

30/04/2004 – Fotocopiato in proprio nella Sezione di Schio

 


     

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 Italia: Via Porta di sotto n° 43 - Schio - Vicenza