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C O N T R
O I L N E M I C O I N T E R N O
Di
fronte a questa formidabile crisi e alla tragedia del capitalismo mondiale
sull’orlo di un baratro senza fondo, l’Italietta si conferma come patria
della commedia politica anche in tempi di
“profondo allarme ed emergenza” come questi. Sulla sua consumata scena recitano
sempre i soliti “onorevoli” personaggi da avanspettacolo, solo che il
problema stavolta è capitale, e non ci sono
iniezioni di ottimismo e fiducia o salvifiche ricette alla Obama che tengano:
come affrontare allora la crisi e, soprattutto, come tener buona
ancora una volta la classe operaia, già bastonata a dovere da decenni e
ora destinata alla disoccupazione e alla miseria crescenti?
Il maggiore sindacato
italiano ci prova alla sua maniera con l’ennesima farsa
di uno sciopero generale indetto con le consuete modalità disfattiste non di
certo per far danno al padronato o per dimostrare di difendere gli interessi
esclusivi dei lavoratori, ma per segnalarsi nuovamente a Confindustria e Governo
sia come valido interlocutore per il
tentato tamponamento delle gravi ricadute economiche e sociali causate dalla
crisi, sia come pompiere-capo pronto a
gettare ondate d’acqua sul futuro fuoco montante del malumore e della protesta
sociale. Ecco che allora lo sciopero in mano alla CGIL, come d’altronde a tutti
i sindacati a sua immagine e somiglianza, si trasforma da arma di lotta
di classe per ottenere un risultato favorevole
ai proletari, a strumento di pressione
per promuovere una politica economica nazionale contro un’altra. In
quest’ottica, l’opposizione sindacale della “combattiva” confederazione
capeggiata da Epifani, rimasta orfana delle sorelle minori CISL e UIL nuovamente
svendutesi al Cavaliere, e politicamente ispirata dal PD del dialogante e destro
Veltroni, rientra nell’abituale gioco delle parti politiche e sindacali
funzionali alla difesa del capitalismo italiano sempre più vulnerabile ai colpi
della recessione.
Il “Piano anticrisi”
presentato dalla CGIL ad inizio novembre e che questo sciopero generale si
propone di sponsorizzare, vuole infatti essere alternativo all’“insufficiente
Pacchetto anticrisi” messo in atto dal governo Berlusconi, ma non esclude
l’eventualità sempre più concreta che
proprio per il peggiorare continuo della situazione “serva un accordo di
tutti per uscire dalla crisi”. In parole povere, un accordo complessivo
sulla pelle dei proletari e per il
Bene del Paese di tutte le forze politiche e sindacali che difendono gli
interessi e i profitti della borghesia italiana e che, a fronte di una crisi mai
vista, consenta di spremere proprio fino all’osso tutti i salariati, facendone
così peggiorare ancora di più le già precarie ed incerte condizioni di vita e di
lavoro.
Proletari!
Chi adesso vi chiede di
correre ancora in soccorso di questo capitalismo senza fiato, illudendovi che
possiate trarre beneficio materiale da “piani anticrisi” predisposti
esclusivamente per cercare di salvare i profitti delle aziende e delle banche e
la malconcia competitività internazionale dell’economia italiana, vuole
farvi pagare ancora e fino in fondo l’ennesima gigantesca crisi attuale.
Solo negli ultimi
vent’anni, questi opportunisti mascherati da paladini dei deboli, con in testa
una CGIL che ha spesso mostrato i denti del sindacato “duro e puro” unicamente
per ingannare e fiaccare meglio gli operai più combattivi, alla fine hanno
sempre sottoscritto con padroni e governi, destri o sinistri in carica,
ogni sorta di peggioramento salariale, lavorativo e dello stato sociale.
Il valido contributo al sistema del profitto dei bonzi di questi sindacati di
regime, vere e proprie appendici del Ministero del Lavoro, non a caso con il
proprio fedele personale infiltrato o eletto in tutte le istituzioni
democratiche, non ha pesato di certo poco nella guerra che il capitale
sta vincendo pesantemente contro il lavoro salariato.
Una lotta che è di classe, che in questa società del mercato è inestinguibile, e
che conta per ora solamente vittime a senso unico, facenti parte di una classe
operaia sempre più sottopagata, precarizzata e massacrata. Non sorprendono così
i seguenti dati di fatto: che dagli anni novanta ad oggi l’8% del PIL italiano
sia passato dai salari ai profitti, che la “scarsa” produttività (sfruttamento!)
dei lavoratori italiani sia maggiore del 12% rispetto a quella degli
“efficienti” operai tedeschi, che in Italia i precari (interinali, apprendisti,
stagionali e in nero) siano ben 5,8 milioni e che siano ancora 1300 i proletari
assassinati ogni anno.
Proletari!
Dietro la cortina
fumogena attraverso cui l’ideologia dominante borghese dispensa vanamente
ottimismo, fiducia e rassicurazioni, si fa strada l’ammissione degli stessi
esperti economici al servizio del capitale che “la crisi sarà più pesante
del previsto”, ed intanto gli effetti reali
della recessione conclamata si evidenziano nel dilagare della cassa
integrazione, nelle diffuse chiusure di medie e piccole imprese, nella caduta
vertiginosa della produzione industriale e dei consumi di aziende e famiglie.
Di fronte a questa
situazione noi lavoratori abbiamo due alternative:
o accettare ancora di subire sulla nostra pelle gli effetti della crisi e della
conseguente ristrutturazione, che sarà durissima e profonda e ci costringerà
comunque ad abbassare sempre più la testa,
consentendo per l’ennesima volta al capitale, ai padroni e a tutti i suoi
alleati politici e sindacali di uscire da questa situazione ancora più
rafforzati e sicuri del loro dominio economico a cui hanno fatto sempre
subordinare gli interessi operai. Oppure possiamo cominciare a rialzare
la testa, a partire dai problemi reali che la
crisi ci metterà sotto gli occhi, mettendo al centro delle nostre azioni e
rivendicazioni i nostri esclusivi interessi di classe.
I banchieri e i padroni,
e tutte quelle mezze classi che in questi lunghi anni si sono arricchite sulle
spalle di noi salariati, non patiranno certamente la crisi come chi perderà il
posto di lavoro e quindi il salario, o come chi deve sopravvivere con
l’elemosina della cassa integrazione. Non è assolutamente vero che
abbiamo interessi comuni: i loro interessi
sono quelli di superare le attuali difficoltà per ritornare a sfruttarci e a
rapinarci come prima. Noi proletari abbiamo tutto l’interesse a cambiare
radicalmente lo stato di cose presente,
partendo innanzitutto dalla possibilità di vivere in modo meno precario ed
incerto la nostra vita e il nostro lavoro. Questo significa, non solo
rivendicare con forza obbiettivi economici e salariali
che vadano molto al di là di quello che governo e padroni ci impongono col
benestare di questi sindacati, ma anche porsi nella prospettiva che, se li si
lascia fare, tutto rimarrà come prima ed il nostro sacrificio e le nostre
sofferenze non serviranno che a perpetuare un sistema che periodicamente ci
affama e ci condanna all’insicurezza.
L’unico mezzo per
trasformarsi da alleato sfruttato della
propria borghesia a nemico interno
dello Stato democratico che salvaguarda gli interessi del capitalismo nazionale,
è organizzarsi per una lotta veramente di classe,
che rimetta al centro delle nostre rivendicazioni la lotta per il salario,
per forti aumenti salariali, e che
incominci a porsi il problema politico del potere e del superamento di
questa società mercantile, che dietro la
maschera dell’universalità interclassista e dell’”uguaglianza di tutti i
cittadini”, nasconde il più mostruoso apparato di sfruttamento sociale, umano ed
ambientale.
Partito Comunista
Internazionale
Sede: via Porta
di Sotto n.43, Schio (VI) – aperta il sabato dalle ore 16 alle 19
E-mail:
sinistracomunistaint@libero.it
Sito internet:
www.sinistracomunistainternazionale.it
12/12/2008 –
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