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CHIESA E FEDE, INDIVIDUO E RAGIONE,
CLASSE E TEORIA (LIII)
Da cattedre diverse e lontane due enunciazioni -
fatte innegabilmente per la medesima esigenza di innestare l'azione politica di
guida dei popoli con l'impiego del materiale dottrinario - si prestano ad essere
riavvicinate.
Le riviste russe di partito hanno preso a
pubblicare scritti con cui Stalin risponde - non interessa molto che si tratti
di redazioni personali o del lavoro di un apposito collegio o commissione, e
nemmeno interessa per la enciclica di Pacelli di cui diremo subito dopo - a
quesiti di compagni di partito.
Uno di questi testi si riferisce a questioni
assolutamente centrali, come il ciclo storico dello Stato, e come la vittoria
del socialismo in uno o in più paesi; altri a questioni interessanti ma meno
generali, come la lingua, i dialetti, la fonetica. Tutte hanno di comune,
trattandosi di chiarire le idee a militanti cui era parso di vedere
contraddizione tra diversi testi di partito, la recisa tesi che la scienza e la
dottrina marxista elaborano soluzioni continuamente mutevoli nelle
diverse situazioni storiche, poiché il marxismo, come è detto più volte in quei
testi, "non conosce conclusioni e formule immutabili, obbligatorie per tutte
le epoche, per tutti i periodi; è nemico di ogni dogmatismo, di ogni talmudismo".
L'altro testo cui alludiamo è più recente, è
l'enciclica Humani generis del Pontefice romano, che procede ad una vera
rigorosa messa a punto teoretica nei confronti di varie scuole moderne e
contemporanee, e, pur mostrando che la ortodossia cattolica non esclude, nel suo
preciso senso, l'impiego del raziocinio e lo svolgersi della scientifica
ricerca, perviene ad una riaffermata immutabilità delle verità
fondamentali e dei testi sacri, che per la sua intransigenza ha sorpreso ed
imbarazzato ambienti cattolici più proclivi a concessioni e compromessi con
questo mondo odierno di agnostici e di dondolanti. "Nessuna verità che la
mente umana con sincera ricerca ha potuto scoprire può essere in contrasto con
la verità già acquisita, perché Dio, somma Verità, ha creato e regge
l'intelletto umano non affinché, alle verità rettamente acquisite, ogni giorno
esso ne contrapponga di nuove (rettifichiamo un poco il testo delle agenzie che
hanno mal tradotto l'originale latino, sebbene questo non sia in nostro
possesso,) ma affinché, rimossi gli errori che eventualmente si fossero
insinuati aggiunga verità, nel medesimo ordine e con la medesima organicità con
cui vediamo costituita la natura stessa delle cose, da cui la verità si attinge".
Natura umanità ed ideologia erano tutte
unitariamente date in principium, e i testi rivelati non sono
suscettibili di aggiornamenti e rettifiche; il dogma è obbligatorio come
formulato giusta il rito ufficiale; tanto che in questa fase di generali
esitazioni, dubbi, conversioni ed abiure la Chiesa non esita a promulgarne
ancora uno, ossia l'assunzione in cielo del corpo di Maria, su cui se non
erriamo era fin qui permessa una certa opinabilità. Roma ha parlato così.
Nell'altro caso invece, e giusta il verbo di
Mosca, i testi sono rettificabili senza limite alcuno man mano che si
viene a disporre di nuovi apporti della esperienza, della storia e della
scienza, e al vertice della organizzazione si può enunciare ad ogni passo una
nuova "verità", diversa da quella a cui la organizzazione era prima tenuta a
credere. Era tenuta, proprio così, poiché non si tratta di lasciare ad ogni
adepto la facoltà di una propria dottrina sullo Stato, il Socialismo, o la
Linguistica, e la facoltà di mutarla ogni tanto. I dissenzienti con la teoria,
una volta rettificata, sono infatti tenuti a lasciare il partito.
Penseranno diversamente, ma fuori dalle file. Si può lasciare un partito, si può
esserne messi fuori, ed allora la consegna finisce. Anche del resto la Chiesa
si può lasciare. Non vorremo parlare di auto da fé, occupandoci di questi
testi pieni di pacata autorità.
Nessuna delle due posizioni è quella che
conviene al movimento proletario e marxista.
IERI
La posizione dei marxisti dinanzi al problema
religioso è stata troppo confusa con quella propria una volta della borghesia
nascente e rivoluzionaria, e considerata una semplice sottoclasse di un generale
razionalismo e ateismo, con relativi sviluppi anticlericali, sotto il cui
ombrellone borghesi "progressivi" e proletari socialisti stavano fianco a
fianco.
Secondo gli scherzi che fa il metodo
"progressivo" (cento volte più opposto al marxismo del peggiore dei "talmudismi")
questo significava attendere il felice giorno in cui la laica ed intelligente
borghesia si sarebbe disfatta di divinità, chiese e preti; e "tra atei"
ce la saremmo vista nella questioncella secondaria; società capitalistica o
socialistica?
Uno dei primi periodici italiani, la Plebe
di Bignami, aveva per sottotitolo: giornale repubblicano, razionalista,
socialista.
Sebbene oggi tutto si ammetta secondo una giusta
impostazione la parola socialista doveva bastare a far capire che il
giornale non poteva essere monarchico, o cattolico.
Non mancano certo nei testi del marxismo -
sebbene nell'Europa della seconda metà del secolo scorso la causa della chiesa e
delle chiese cristiane si considerasse dai più giudicata, e perduta - le
inquadrature del problema storico del cristianesimo e della religione in
generale.
Una, magnifica, è nel Ludovico Feuerbach
di Engels, che è del 1886; e meriterebbe essere tutta riportata e messa in
rapporto con le non meno classiche 11 tesine giovanili di Marx, e con altri
riferimenti degli scritti di ambo gli autori in materia filosofica e religiosa.
Naturalmente una tale impostazione denega in
pieno le verità eterne su cui il cristianesimo è fondato; e del resto le
"verità eterne" possono essere espulse dalla scienza, oggi, in modo più radicale
perfino di quanto faceva Engels nell'Antidühring, dividendo le verità in
tre gruppi: scienze fisiche, biologiche, sociali, mostrando che le dottrine nel
terzo campo sono di continuo mutevoli con le epoche storiche, e concedendo solo
per il primo campo che vi siano verità indiscutibili, come quella che due e due
fanno quattro, scherzosamente citata. Ma un posteriore critico della scienza,
Henry Poincaré, ha potuto mostrare che anche in questa verità si nasconde una
convenzione, ossia un arbitrio, alla fine. Già Leibniz aveva cercato di
dimostrare il teorema 2+2=4. Ma non era che una "verificazione". Tutte le
nozioni di aritmetica elementare non sono dimostrabili che ammettendo per buono
il "principio di ricorrenza", cioè che se si possono fare date operazioni su
n, si potranno fare su n +1. Occorre inoltre avere definito questo
famoso uno in modo che sia proprio quello al principio degli
aggettivi numerali, e quando lo affibbio al numero n con quel segno
più. Quando poi affibbio tutti quegli uni ad enti concreti, per dati
sviluppi e calcoli, devo ritenere che siano tutti identici nelle condizioni
reali di ambiente... forse è più facile definire la Divinità che l'unità, di cui
ci serviamo mille e mille volte al giorno; ed è in fondo Pacelli che cammina sul
sicuro; sul comodo.
Basta così; si trattava di concludere che non vi
sono verità definitive, e neppure nelle "scienze esatte", che mettono soggezione
agli incolti e ai colti.
Nella lunga serie di successive modifiche alle
enunciazioni delle "verità" che l'una all'altra si surrogano, sta la religione,
che dunque è uno dei modi della conoscenza e della rappresentazione umana, tappa
iniziale ma non perciò meno importante e necessaria. Quindi al borghese
metafisico contrapporsi pomposo di scienza e religione noi sostituiamo la
considerazione di esse come tappe di uno stesso processo conoscitivo.
Veniamo dunque ad uno scorcio dello scorcio di
Engels.
"La religione è sorta sin dai tempi
originari, di vita vissuta nelle selve, per insufficienti, primitive
rappresentazioni degli uomini sulla loro stessa natura e su quella esterna che
li circondava". "Che le condizioni materiali dell'esistenza degli uomini,
nelle cui teste si svolge questo processo mentale, determinano, in conclusione,
il corso di detto processo, rimane necessariamente per essi inconsapevole,
diversamente avrebbe fine ogni ideologia". Si mediti su questa formula, che
suggerisce di usare nel campo di partito il termine di teoria a
preferenza di ideologia. Non solo i sistemi di idee non hanno origine
eterna, ma come sistemi "autonomi" avranno fine appena sarà possibile operare
col dato che essi nascono nella "testa" per effetto di processi materiali
esterni.
I popoli si cominciano ad organizzare, si
scindono in gruppi nazionali; essi elaborano "dèi nazionali" e territoriali.
L'impero mondiale romano porta la fine di queste
antiche nazionalità. Roma ospita dapprima tutti questi dèi locali, ma sorge
l'esigenza di un dio mondiale. Ma "la religione nuova mondiale, il
Cristianesimo, era già sorta da una mistura di teologia orientale, specie
giudaica, universalizzata, e di filosofia greca, specialmente stoica,
volgarizzata". Dopo 250 anni diviene religione dello Stato. Naturalmente ciò
avviene dopo una lotta religiosa, derivata dalla lotta sociale contro lo
schiavismo e l'economia schiavista.
Nel Medio Evo la religione cristiana si foggia
come forma rispondente al feudalesimo e alla sua gerarchia.
La borghesia inizia il suo moto ascensionale, e
si sviluppa la eresia protestante in contrapposizione al cattolicesimo feudale.
In Germania Lutero esprime la lotta della borghesia e dei contadini contro la
nobiltà; battuti i secondi, sottomessa la prima, la Germania cade in tre secoli
di assenza dalla grande storia. Ma con Calvino la riforma vince in Svizzera,
Olanda, Inghilterra, e con la prima rivoluzione borghese.
Albigesi e minoranza calvinista sono in Francia
dispersi. "Ma a che giova questo? Già allora era al lavoro il libero
pensatore Pietro Bayle, e nel 1694 nacque Voltaire". Invece di eretici,
liberi pensatori, increduli. "Con ciò il Cristianesimo era entrato nel suo
ultimo stadio. Esso era diventato incapace a servire ancora, come travestimento
ideologico dei suoi sforzi, a qualsiasi classe avanzante; divenne sempre di più
possesso esclusivo delle classi dominanti, e queste lo adoperano come semplice
mezzo di governo, con cui si contengono in certi confini le classi inferiori".
"Vediamo dunque: la religione, una volta
formata, ha sempre un contenuto tradizionale, e d'altra parte in tutti i campi
ideologici la tradizione è una grande forza conservatrice. Ma i mutamenti, che
si hanno in questa materia (eresia, riforma religiosa, scisma della Chiesa,
razionalismo borghese) derivano da rapporti di classe, quindi da rapporti
economici degli uomini che realizzano questi mutamenti".
Ciò è sufficiente qui, dice Engels, rinviando ad
una positiva dimostrazione con il materiale storico. Ed è sufficiente a mostrare
ancora una volta la inconciliabilità tra marxismo e religione, marxismo ed idea
cristiana... Come è sufficiente a giustificare che il Papa, come propone ai
cattolici tedeschi una diga contro il marxismo, così si tiene solidamente
sulle fortificazioni dottrinarie tradizionali, e, pure essendo oramai
storicamente socialmente e politicamente alleato alla dominante borghesia
mondiale, fa salve le obiezioni a tutte le eresie. Giustamente qualche
commentatore ha paragonato la condanna del romanticismo, forma mentale della
borghesia eroica, a quella dell'esistenzialismo, forma mentale della borghesia
degenerante e decadente.
Il classico scritto che abbiamo citato conclude
con il raffronto tra la critica razionalista e materialista francese, e la
filosofia critica tedesca. Ingenua e metafisica la prima, ma tremendamente
eversiva di idee e regimi medioevali. Più completa teoricamente la seconda, ma
caduta nel conformismo per lo spurio e trepidante sviluppo della classe borghese
in Germania. Il borghese depone con orrore l'arma tagliente della critica
teoretica; non potrà impugnarla che la classe lavoratrice. Qui fu scritto che "il
movimento operaio è l'erede della filosofia classica tedesca".
La teoria religiosa cristiana e medioevale
poggia la verità sull'autorità e ne detta i termini agli uomini opinanti con
formule rigorose.
La critica borghese, per il bisogno economico
sociale politico di spezzare i limiti di quella autorità, negò quelle formule,
quei dogmi.
In Francia chiamò ogni uomo individuo o
cittadino a pensare con la sua testa, ma questo singolo "liberato" immobilizzò e
fossilizzò nella presunta facoltà e diritto di vedere e ritrovare in ogni tempo
luogo e circostanza le vie "naturali" di una giustizia e di una civiltà
astratta. Non per niente della Ragione e della Libertà fece una dea.
In Germania la critica borghese vide ed espose
meglio il movimento storico ed il succedersi delle condizioni sociali degli
uomini in un divenire dialettico. Ma commise l'altro errore di poggiare tutta la
costruzione sul lato idealistico, vide il muoversi storico come effetto e non
causa del pensiero, e si prestò, nel più perfetto sistema di Hegel, ad essere
utilizzata per l'apologetica dello Stato e quindi per la conservazione della
autorità costituita.
Fondandosi sugli elementi vitali del
materialismo francese e della dialettica tedesca, cioè sulle forze
rivoluzionarie della critica borghese iniziale, il sistema teorico proletario
nega entrambe le costruzioni che essa pose al posto della minata autorità per
diritto divino: cioè tanto la astrazione giuridica del cittadino liberopensante
uguale ad un altro, quanto la intangibilità dello Stato come apparato imparziale
sovrapposto alla società reale.
L'individualismo e la statolatria preoccupano
tuttavia in sede teologica la cattedra romana, sebbene individualisti e
statolatri borghesi le abbiano dato riconoscimento appoggio e alleanza.
Giustamente la preoccupano ben più nella
concreta sede politica le posizioni marxiste, che non solo si sono liberate
dalla credenza nei versetti dell'Antico e del Nuovo Testamento, ma soprattutto
muovono alla eversione materiale dei sistemi di classe che il capitalismo fonda
sia sulla democrazia liberale che sul totalitarismo statale. Là l'esorcismo, qui
la materialità della diga.
OGGI
Al posto della dommatica religiosa, del
giusnaturalismo gallico, e dell'eticismo teutonico, il movimento proletario
internazionale, sulle rovine di tanti sistemi pretendenti alla eterna validità,
pone la scienza della società umana e della storia svolta con metodo obiettivo e
dialettico, ossia scevro da tutte le insidie dei preconcetti tradizionalisti, in
lotta contro tutte le incrostazioni del pregiudizio nella testa della enorme
maggioranza degli uomini, così come per le scienze della natura.
Tale studio, come per la natura cosmica o
terrestre, si porta sul passato e, sui dati che se ne posseggono, sul presente,
e tende nei limiti della possibilità a trovare leggi di sviluppo applicabili
anche al futuro.
È naturale e comprensibile a tutti che il
materialismo marxista appena nato non trovò e registrò di colpo tutte le leggi
scientifiche sociali né le codificò, nemmeno nelle opere monumentali come il
Capitale, in testi che per i seguaci e i militanti del movimento si pongano
come definitivi. La ricerca e la elaborazione continuò e continua, non potette
non dar luogo a divergenze e contrasti, che, se non si chiamarono concili scismi
eresie, si chiamarono congressi revisioni scissioni politiche.
Ma ciò non toglie che il movimento nel suo
insieme non può vivere e vincere senza un filone dorsale della dottrina, grezzo
se si vuole in qualche parte, che attraverso la lotta deve essere portato
intatto nel suo tronco vitale fino alla vittoria.
Appunto la dottrina materialista della storia ha
mostrato che in tutte le lotte di classe avvenne così: un bagaglio ideologico,
che oggi sappiamo essere stato pieno di errori e di false tesi, a spezzare i
limiti delle forme tradizionali e fu gettato, con tutta la sua vitalità la sua
forza e le sue stesse primitive deformità, a traverso della barricata, al di
sopra di uno dei terremoti della storia.
Il grado di consapevolezza fu nelle successive
lotte diverso; più scientifico del "Dio lo vuole!" dei Crociati può
essere stato il sanculottesco "les aristocrates à la lanterne!". Molto
maggiore è la chiarezza teorica nel movimento proletario moderno che possiede la
nuova chiave del determinismo storico: ma non per tutti i lottatori, bensì per
la minoranza formata in partito storico.
Se alla classe e alla massa vien meno questa
inquadratura storicamente stabile che è il partito, la massa è battuta; ma se il
partito perde e smarrisce i suoi principii base, esso degenera e muore, o
diviene arma nelle mani della classe nemica.
In armonia a tale concetto ha detto Engels che
il Cristianesimo oggi è incapace a servire ancora di veste ideologica ad
una classe rivoluzionaria. Duemila anni fa esso servì benissimo agli schiavi in
rivolta e determinò uno sviluppo storico futuro della società senza il quale
oggi non avremmo né la possibilità della lotta né quella della dottrina nostre
proprie. Ma il dogma dell'Assunzione di Maria, ad esempio, ha la stessa
argomentazione pro e contro per allora e per oggi.
Ora non può non essere un decisivo apporto della
analisi storica il fatto che questo movimento e questa organizzazione, la Chiesa
di Roma, siano dopo venti secoli ancora potentemente in piedi, ed abbiano saputo
tenere la linea teoretica iniziale con incrollabile risoluzione tra mille
tempeste.
Le rettifiche di tiro che lo stalinismo apporta
alla dottrina marxista, sono, per questa semplice ragione storica, prima che per
l'esame del contenuto, la prova che quel movimento ha deviato dalle origini, nel
senso che la sua organizzazione non è più a disposizione della classe operaia
mondiale.
Non si tratta qui di vietare che una analisi
economica con dati recenti possa dare diversa presentazione ad un problema,
oggetto di uno dei capitoli di Marx, poniamo quello sulla produttività della
terra che la produzione capitalistica tenderebbe ad esaurire per il fatto della
lavorazione in massa, laddove oggi in California una coltura supermeccanizzata
aumenta ogni anno la resa in prodotti meravigliosi di quello che era un secolo
fa un deserto vero e proprio.
Qui siamo in presenza non dell'abiura al dogma
dell'Assunzione di Maria, ma a quello della divinità del Cristo. Qui è tutto
l'edificio che crolla.
Qui gli apporti della storia più recente sono
adoperati al rovescio del loro significato scientifico, e le rettifiche non
nascono da aggiornamento teorico, ma da volgare ragione di Stato.
L'organizzazione non è più lo strumento di espressione della teoria di classe,
ma è divenuta lo strumento, traverso la sua inerzia di conservazione, di altre
forze sociali dominanti nel mondo.
Che cosa è la "teoria dell'ineguale sviluppo"?
Quando, in base ad, essa Marx ed Engels hanno stabilito che la rivoluzione
dovesse avvenire simultaneamente in tutti i paesi? E quando ha Lenin invece,
sulla base delle diverse caratteristiche del capitalismo monopolistico rispetto
a quello liberistico, scoperto che la rivoluzione, e l'attuazione del socialismo
che la segue, possono avvenire in un solo paese, che se ne starà in civile
competizione o emulazione con i paesi rimasti capitalisti?
Questi sono puri falsi storici, e non conquiste
di nuove verità meglio costruite. Marx nella rivoluzione tedesca 1848 e Lenin
nella russa 1917 hanno avuta la stessa prospettiva: in una imminente
rivoluzione borghese in paese arretrato il proletariato e il suo partito devono
combattere, è certo, ma devono spingere la rivoluzione fino a divenire
proletaria. Malgrado l'ineguale sviluppo e l'arretratezza di quel paese,
bisogna lottare perché quelli che nella rivoluzione borghese lo precedettero,
lo seguano nella rivoluzione proletaria e diano così la sola
possibilità di costruzione del socialismo. Marx e Lenin attesero invano, ma mai
mutarono la prospettiva. Nessuna riga lo prova, mille pagine lo smentiscono.
Lenin non ha mai parlato di due capitalismi:
liberistico e imperialistico, ma di due fasi del capitalismo, e meglio
dell'avvento della fase che viene a confermare la previsione marxista
sullo svolgersi del capitalismo.
Il capitalismo liberista concorrentista e
liberale allo stato di regime nel marxismo non esiste, è una categoria
della economia borghese. La scuola marxista le ha contrapposto la nozione
centrale che il capitalismo è un monopolio per sua natura. Concorrentismo
significa equilibrio economico, monopolio economico sociale e politico
significa antagonismo. Dalla prima riga, il marxismo è la scoperta che
l'economia del mondo borghese non è equilibrio (e nemmeno emulazione e
competizione pacifica!!), ma conflitto e antagonismo, risolubile solo da una
lotta finale, unitaria, mondiale nel senso storico, tra due opposti blocchi di
classe.
Le constatazioni storiche leniniste furono il
grido di vittoria per la confermata previsione della dottrina, risultato
inestimabile anche dopo una battaglia che si fosse sanguinosamente perduta.
Le rettifiche staliniane vanno in controsenso
alla storia e alla scienza. Se nel preteso capitalismo premonopolistico e libero
era giusto che Marx ed Engels dicessero che malgrado l'ineguale sviluppo
la rivoluzione doveva essere simultanea internazionalmente, il mutamento
apportato dall'imperialismo e dal monopolio nel mondo quale effetto può avere su
questa legge dello sviluppo? È proprio grazie alle forze del monopolismo
dell'imperialismo e del "monostatismo" cui tende il Capitale, che sarà possibile
accelerare ancora il ritmo con cui il modo capitalistico di produzione soggioga
tutta la terra negli angoli più remoti. Se la legge dell'ineguale sviluppo
significa qualche cosa, essa deve farci concludere che, se Marx ed Engels al
loro tempo videro la rivoluzione proletaria come rivoluzione non nazionale,
oggi bisogna dare decupla forza a questa tesi gloriosa, e gridare che i nuovi
fatti hanno più che mai giustificato il grido: il socialismo sarà supernazionale
o non sarà.
Il dire che una simile tesi era giusta per Marx
ed Engels conduce alla più antistorica delle posizioni; ed è più rispettabile la
conclusione che dicesse: dato quanto di nuovo è avvenuto, tutto il sistema di
Marx ed Engels va rigettato.
Il capitalismo ha percorso la sua fase di
apparenza liberale e la rivoluzione proletaria, se ci fosse stata,
sarebbe stata internazionale. Ma essa non ha vinto, ed il capitalismo ha
avuto il tempo di passare nella fase monopolista. Ed allora aspettiamoci una
rivoluzione e un socialismo nazionale. Quale prospettiva è mai questa, che cosa
vale nella scienza e nella lotta di partito? Dobbiamo attendere che il
capitalismo ritorni gentilmente liberista, perché solo allora sarà giusto che il
compagno Belkin pensi ad una rivoluzione internazionalista? O il capitalismo
diverrà un grande monopolio, lui pure nazionale, e la patria del socialismo ne
starà in contemplazione emulativa? L'emulazione è tra i simili, non tra gli
antagonistici. Lo avete già emulato, siete un'altra patria del capitalismo
imperialista. Tu dixisti.
L'autorità di una cattedra che ripete
impassibile le sue verità cristallizzate nei secoli è pesante: ben si lanciarono
contro di essa due grandi rivoluzioni, rompendo già la servitù feudale, non
ancora quella borghese.
Contro quella autorità secolare stanno i
rivoluzionari proletari, e negano gli argomenti che essa chiede a fede, a
ragione, a scienza, come argomenti di servitù.
Ma l'autorità che non solo vuole il conformismo,
bensì ad ogni passo straccia e muta essa stessa i suoi testi e le sue norme, cui
tuttavia la tremenda forza meccanica non basta a trovare il coraggio di
proclamare l'eresia, non ha diritto di parlare né di fede, né di ragione, né di
scienza: la servitù ad essa è la peggiore delle servitù.
Da "Battaglia Comunista" n. 17 del 6-20
settembre 1950
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