|
ANTICLERICALISMO E SOCIALISMO (XXIII)
IERI
Rimboccate le maniche e passati di alcool a 95
gradi gli avambracci mettiamo dunque le mani nel più grave processo infettivo
del movimento socialista: l'anticlericalismo.
Si poté forse pensare negli ultimi anni del
periodo capitalistico pacifico, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, che la
frattura principale del contrasto politico si fosse spostata dal trito piano
della lotta tra clericali e laici a quello del contrasto tra militaristi e
internazionalisti, molto più aderente alla nostra impostazione di classe.
Così non è stato, in quanto tra le forze e le
armi della classe borghese dominante nel mondo tanto l'apparato militare che
quello chiesastico hanno tuttora peso formidabile. Così non è stato, in quanto
tra le deviazioni della linea marxista proletaria, oltre alla caduta nelle
suggestioni del patriottismo e della adesione alle guerre, figurano ancora e un
opportunismo tollerante non solo confessione di principii religiosi ma
addirittura pratiche di culto e, per converso, l'opportunismo dialetticamente
complementare della alleanza con le equivoche correnti borghesi o piccolo
borghesi libero-pensatrici e massoniche.
Potemmo dire in Italia quando si formò il
fascismo che esso non era che una nuova forma del dominio borghese, più coerente
ai moderni tempi ma non tale da far rimpiangere preferire e desiderare le altre
già note, e che il vero pericolo che esso conteneva non era la sconfessione e il
violentamento del liberismo democratico, ma la inevitabile nuova suggestione che
purtroppo le rovinose dottrine di questo avrebbero tornato ad esercitare sulle
masse proletarie. Dell'attuale forma di governo borghese che di nuovo fa pernio
su un partito, come il democristiano, caro al Vaticano già bestia nera della
italica borghesia, può a buon diritto dirsi che esso vale quanto i governi
liberali e il fascista o quanto un ipotetico governo di sinistra
demosocialrepubblicana, che fosse piaciuto ai vincitori dell'ultima guerra
investire del potere. Il pericolo specifico che questo governo o, come si
comincia a declamare, regime filocattolico presenta per noi, è appunto il
risorgere della sbugiardata anticlericalesca campagna, nuova epidemia
corruttrice del movimento di classe, che ha già traversato l'altra disastrosa
crisi dell'antifascismo.
Solo a farragine possiamo tuffarci nel ricordo
della cronaca anticlericale, ingombrante la giovinezza della generazione che ha
vissuto le due guerre. Quelli che hanno i capelli grigi non possono non
ricordare le invocazioni comiziali confusionistiche e bloccarde di questo
tenore: siete monarchici? Dovete essere anticlericali perché la monarchia
sabauda ha attuato l'unità italiana passando per la breccia di porta Pia e
affrontando la scomunica papale. Siete repubblicani? Dovete essere anticlericali
come lo furono Mazzini e Garibaldi, nemici inconciliati della Chiesa cattolica.
Siete socialisti? Dovete essere anticlericali perché il prete è l'alleato dei
padroni. Siete anarchici? Dovete essere anticlericali perché la prima libertà è
quella dall'oscurantismo chiesastico. E quindi correte tutti nelle braccia del
"blocco popolare" - del "circolo anticlericale" - della "Associazione del libero
pensiero". E poi, non vociato in pubblica concione ma sussurrato nei casi
opportuni a quattr'occhi, della Loggia Massonica.
Il materiale, l'armamentario di propaganda di
questo movimento era immenso, metteva mano nella storia, nella letteratura,
nella cronaca di tutti i paesi, serviva a braccia e a passo ridotto il pensiero
di scuole, di autori, di scrittori per altri riflessi ragguardevoli, mobilitava
Dante e la sua Lupa, San Francesco e Madonna Povertà, le persecuzioni agli
eretici, i roghi di Arnaldo da Brescia e Giordano Bruno e cento altri, le guerre
e le stragi dei riformati, la notte di San Bartolomeo, le gesta della
Inquisizione, l'Indice, il Sillabo, le storie più o meno romanzate del Santo
Uffizio e della Compagnia di Gesù, la Vandea di Francia e il potere temporale
d'Italia col martirio degli eroi del Risorgimento, un vero insondabile arsenale
di mozioni degli affetti.
Vere ventate di questa campagna nel periodo che
abbiamo rammentato furono la legge in Francia per la soppressione delle
congregazioni religiose come enti giuridici, con le esecuzioni di polizia per lo
sgombero dei conventi contrastate dalla resistenza di folle biascicanti
preghiere, vero divorzio della Terza repubblica dagli amori colla Roma dei papi
- la tremenda ubriacatura in Italia di bloccardismo massonizzante tra socialisti
di destra repubblicani e democratici radicali, che ebbe per bandiera il
famigerato Asino di Guido Podrecca, giornale illustrato che esibiva ogni
settimana fino alla noia la grassa e crassa figura di Bepi (Pio X) a lato di
quella segaligna dello spagnolo segretario di Stato Merry del Val, e alimentava
campagne clamorose con gli scandali di convitti cattolici portando alla
celebrità storica i nomi di alcuni preti sporcaccioni - la campagna
internazionale di protesta dopo la fucilazione nel fossato del forte di Montjuic
dell'anarchico spagnolo Francisco Ferrer inviso all'influenza dei gesuiti, nel
1913, di cui profittarono le ipocrite correnti radicali borghesi per
frammischiarsi alle organizzazioni estremiste, facendo perfino apparire in
pubblica piazza, davanti alla Sorbona a Parigi, nella dimostrazione di popolo,
le segrete divise e insegne massoniche indossate da supremi dignitari e
"trentatré".
La critica marxista si rivolse contro i deleteri
effetti di questo piano di contatto e di contagio tra forze politiche della
classe borghese e movimento dei partiti operai, mostrando come esso conducesse
direttamente allo smarrimento di ogni impostazione di classe. Tutto quel fumo
ideologico sul preteso conflitto tra moderne ed intelligenti forze borghesi e
oscurantismo chiesastico, tutto il chiasso sollevato in dimostrazioni
multicolori di bandiere tricolori e di vessilli rossi, vellicante un estremismo
da baraccone con le ondate di sibili e di urla di abbasso a qualche prete
capitato a sgonnellare in nero per la strada, fu denunziato come un espediente
dilatorio della formazione di precisi schieramenti di classe dei lavoratori
nelle loro organizzazioni di lotta che minacciano direttamente l'interesse
padronale del borghese e vogliono sopprimere lo sfruttamento capitalistico
abbattendo il potere dello Stato che lo difende, senza usare diversità di
trattamento al datore di lavoro o al funzionario di polizia che per avventura
provassero di essere nemici del papa e di non credere in Dio.
Questa polemica che investe questioni profonde
di dottrina ed esperienze fondamentali di tattica politica ebbe pieno sviluppo
solo nei paesi latini e di religione dominante cattolica, con riflessi e
risultati inadeguati nei paesi anglosassoni e in quelli orientali di Europa, ma
costituisce un tratto fondamentale della lotta marxista contro l'opportunismo.
La lotta della classe borghese contro i poteri
feudali si espresse teoreticamente come richiesta del libero esame e del diritto
di critica per la necessità di opporsi al principio di autorità fondato
essenzialmente sulle basi religiose e sugli organismi chiesastici. Questi
grandiosi movimenti presentati nel campo del pensiero e della cultura come
rinascimento, riforma, illuminismo, romanticismo, inquadrarono la salita al
potere dei mercanti e degli industriali borghesi, e la loro tradizione storica è
propria del nuovo tipo di società capitalistica moderna. Le vittime, gli
oppressi, i nemici di questa nuova società e della nuova classe dominante, i
lavoratori salariati, incamminati verso una nuova rivoluzione di classe e una
nuova lotta per il potere, si dotano, col marxismo, di una nuova dottrina.
Questa consiste a sua volta in una critica dei cardini del contemporaneo
ordinamento, della sua natura economica e del suo generarsi storico, in una
demolizione dei principii ideologici con cui esso si giustifica. Tale dottrina
socialista si rende perfetto conto dell'importanza del trapasso sociale che fu
annunziato dalla battaglia critica contro i caposaldi della concezione teologica
del mondo, dalla lotta per sottrarre l'indagine scientifica e la diffusione dei
suoi insegnamenti al monopolio dell'inquadramento religioso e ai limiti dei suoi
canoni e dogmi. Ma nello stesso tempo essa scopre e denunzia la illusione che il
"libero esame" sia una conquista sufficiente ad eliminare dal seno della società
i rapporti di sfruttamento di sopraffazione e di oppressione di classe.
Del "libero esame" e delle grandi forze che sono
rappresentate dalla scienza dall'insegnamento e dalla scuola, possono servirsi
solo le classi giunte al potere: si tratta di una conquista realizzata solo dai
membri di tale classe, ossia di una esigua privilegiata minoranza. La
maggioranza obbligata ad un sopralavoro e ad una sottonutrizione non trae
vantaggio alcuno dalla astratta e vuota proclamazione del diritto di indagare di
studiare e di confessare i punti di arrivo della critica. Il diritto al cibo e
alla vita deve precedere e non seguire il diritto al pensiero. Come è attuato
nel seno della società borghese questo significa soltanto la costrizione dei non
borghesi e degli affamati a pensare secondo i canoni e i teoremi delle dottrine
che giustificano il capitalismo e il sistema del padronato, conforme agli
interessi dei sazi e dei potenti.
Il nucleo della posizione marxista era perduto,
se non si vedeva che questo inquadramento delle forze proletarie nella lotta per
la libertà di pensiero "in generale" coincideva con la lotta per imporre ai
proletari, parallela alla schiavitù economica, la soggezione di pensare e di
commuoversi e peggio ancora di sacrificarsi e combattere per quei principii su
cui la borghesia aveva costruito il suo potere.
Questa rivendicazione delle direttive classiste
si chiamò, nella pratica e nella cronaca politica, intransigenza, rifiuto delle
alleanze bloccarde elettorali, incompatibilità tra appartenenza al partito
socialista e alla Massoneria e altre società anticlericali, università
"popolari" e simili.
Fu da allora chiarissimo che l'aggettivo
popolare ci faceva schifo. Il populus romano, e il demos greco
escludevano gli schiavi ma raggruppavano patrizi e plebei. La signoria feudale
non volle considerarsi popolo insieme ai vili meccanici, ma vantò
tuttavia la cristiana liberazione degli antichi schiavi. La rivoluzione dei
borghigiani antifeudali riportò sulla scena storica il popolo che nella
moderna accezione significa complesso dei padroni industriali commercianti e
finanzieri coi piccoli possidenti e coi dipendenti salariati, in un insieme
indistinto, a comune disciplina giuridica. Popolo significa oggi abbraccio tra
lo sfruttatore e lo sfruttato.
Il marxista che dice popolo e popolare ha
commesso suicidio.
OGGI
Siamo dunque di nuovo dopo tanti eventi alla
lotta contro l'oscurantismo. I partiti dalla etichetta comunista e socialista
amministrati con puro mestierantismo si sentono di dare mano a qualunque
arsenale. Demandati a lottare contro l'hitlerismo e il fascismo trovando comodo
usare dell'alleato democristiano, derisero le pregiudiziali antireligiose e
antipretesche; organizzarono il lavoro rivoluzionario in convento; autorizzarono
i tesserati alla messa, all'eucarestia e all'olio santo; ratificarono i
concordati vaticaneschi non solo per far piacere agli alleati socialcattolici,
ma nella stessa lettera stipulata dagli odiati fascisti.
Demandati oggi a lottare contro l'americanismo,
poiché questo si serve del partito demopretesco in Italia, essi danno mano
all'arsenale del vecchio massonismo. Ma pensate per un momento che i padroni
americani avessero trovato terreno propizio a gestire l'Italia con un
aggruppamento di tipo massonico, se fossero stati più forti i repubblicani i
liberali i socialdemocratici di destra, vedreste quei signori, i socialcomunisti,
fare ampio e disinvolto impiego delle tesi della critica marxista ortodossa alla
borghesia laica e anticlericale.
Il segnale del nuovo schieramento è stato dato
dalla scomunica vaticana, provocata dal fatto che i locali staliniani hanno
cominciato a dare troppo fastidio non alle nuove gerarchie, ma ai circoli
dirigenti del capitale internazionale.
E siccome oramai mezzo unico di lotta politica -
non diciamo mezzo ammesso e tollerato, ma mezzo esclusivo - è l'appello ad una
mobilitazione di collegati, subito è stata lanciata la campagna per la unione di
tutti gli "spiriti laici", gelosi della sacra conquista della "libertà di
pensiero" e delle nobilissime tradizioni anticlericali italiane.
Non sappiamo più dove questi alleati, ausiliari
e collegati si potranno ritrovare, affittato come è tutto l'ambiente borghese
piccolo borghese di taglia massonica al capitale e allo stato maggiore
occidentale. Ma la sgonfiata laicista era di rigore e si tenta lo stesso. Non
che possa commuovere i Saragat i Pacciardi e nemmeno i buoni corpi dei Nitti
Orlando Bonomi e simili virgulti della cultura politica laica.
Non potendo mobilitare i vivi si mobilitano i
morti illustri. Gli editori di partito e più o meno allineati ristampano
Voltaire. I capi stalinisti prefazionano il Trattato sulla tolleranza!
La via del rinculo è una via senza fine. Siamo
partiti da un vago riformismo della società borghese, siamo arrivati ad una
difesa della rivoluzione borghese e addirittura alla rifabbricazione di essa,
alla ripetizione storica del glorioso abbattimento del feudalesimo. Ancora un
passo avanti - due indietro. Oggi apologizziamo il riformismo della società
feudale, la prudente rivendicazione che essa permettesse culti diversi dal
cattolico, come uno svolto pieno di - ovviamente concreta - attualità.
Concretezza è anche quella del cadavere mummificato...
E dire che si tratterebbe dell'autentica scuola
leninista! Dal terrorismo rivoluzionario e dalla dittatura del proletariato i
moscoviti sono dunque arrivati di tappa in tappa alla tolleranza, parola
che sembra suscettibile di dare decisi fastidi e porre seri intoppi alla
politica di De Gasperi. Lasciamo andare che il piano sarebbe ed è parecchio
scemo. Dobbiamo solo rilevare che purtroppo sarebbero rose e fiori se, partendo
di tanto lontano, fossero giunti solo alla tolleranza laico-liberale. A parole
hanno percorso questo cammino, nei fatti quello ancora più lungo che conduce al
terrorismo controrivoluzionario. Voltaire fa ridere, ma sarebbe camomilla in
mano ai porgitori di cicuta.
Anni fa fece il giro degli schermi un bel film
dal titolo Intolerance. In uno scorcio della storia e delle sue tragiche
lotte voleva avvalorare la tesi che origine di tutti i mali umani e di tutte le
tragedie sociali fosse un fatto intellettivo e morale, la incomprensione, la
dura ostinatezza a non ammettere e rispettare le opinioni altrui.
Tesi atta a commuovere una platea, tesi
pienamente inserita sulla letteratura del laicismo e del libero pensiero.
È questa la impostazione che il marxismo ha
voluto capovolgere per sempre. Non è la tolleranza che fa camminare il mondo.
Essa lega nella loro remissione le classi oppresse al conformismo del
privilegio. La storia si scuote quando il gregge umano si smuove dalla illusione
della tolleranza. Pochi uomini sono lupi all'uomo, troppi sono pecore. Le
dominazioni di classe vacillano quando, nel processo reale delle forme
organizzate della produzione, violente incompatibilità con i tradizionali
ingranaggi spingono l'avanguardia di una classe finora inginocchiata a
sciogliersi dalle ipocrisie della tolleranza, per prendere la grande,
intollerante via della Rivoluzione.
Da "Battaglia Comunista" n. 35 del 14-21
settembre 1949.
|